
Il 2015 vede la realizzazione di una bellissima favola sovrannaturale girata dal regista visionario Guillermo del Toro, La Forma dell'Acqua. Ma in quello stesso anno un altro regista, anch'esso di provenienza iberica, tratterà la questione del rapporto e dell'empatia tra uomini e creature acquatiche. In questo caso, però, la storia ha delle tinte molto più fosche e crude.
Corre l'anno 1914 e un giovane irlandese per sfuggire dai propri demoni interiori accetta l'incarico di meteorologo su una sperduta isola nei pressi dell'Antartico. A fargli compagnia nella profonda solitudine australe in cui dovrà vivere per un anno c'è solo lo scorbutico e irascibile Gruner, il guardiano del faro.
Ma durante la prima notte sull'isola il ragazzo scopre l'esistenza di mostruose creature metà anfibie metà umane che lo attaccano costringendolo a rifugiarsi nella cantina della baracca in cui ha preso dimora. Deciso a liberarsi da quegli esseri demoniaci il ragazzo decide di dar fuoco alla casa con il maggior numero di quelle cosa all'interno, ma il mattino dopo si rende conto che ora non ha più un luogo dove stare e, durante il suo vagabondare, incontra una femmina di quelle creature.
Il ragazzo sta quasi per spararle quando compare Gruner, che lo intima ad abbassare l'arma e che quella bestia è innocua...

Esordio del regista e musicista metal S. Craig Zahler (che ha composto anche le musiche della pellicola), il film è un mix tra un western di stampo new age e un horror di chiara discendenza craveniana.
Siamo nel vecchio West, indicativamente a metà dell’ottocento. I tagliagole Purvis e Buddy stanno rapinando dei poveretti che hanno appena ucciso quando, per sfuggire alla legge, entrano in una gola rocciosa e trovano un cimitero indiano. Buddy non perde tempo e inizia a profanare le tombe ma un tomahawk lo uccide.
Undici giorni dopo Purvis arriva alla cittadina di Bright Hope febbricitante e viene visto dal vecchio Cicoria, il simbolico braccio destro dello sceriffo, mentre sotterra il suo bottino sottoterra.
Avvertito dal suo aiutante lo sceriffo Franklin Hunt va a interrogare l’uomo nel saloon della città ma lo straniero tenta la fuga e viene ferito alla gamba dalla pistola dello sceriffo.
Rinchiuso in una cella, il tagliagole viene medicato e operato dalla signora Samantha O’Dwyer, moglie del mandriano Arthur; e per assicurarsi della corretta guarigione del convalescente la donna decide di passare la notte con lui in prigione.
Quando il giorno dopo lo sceriffo torna nel suo ufficio però scopre che il prigioniero, la donna e il giovane vicesceriffo Nick sono stati rapiti. L’unica traccia sulla scena del crimine è una freccia con la punta ricavata dal cranio di un piccolo volatile.
Hunt porta l’oggetto a far esaminare dal professore indiano della città, che gli rivela che quel tipo di arma viene usata solo da una particolare tribù indiana di trogloditi dediti all’incesto e al cannibalismo.
Così un gruppo formato dallo sceriffo Hunt, il vecchio Cicoria, Arthur O’Dwyer e il dandy John Brooder parte per cercare di liberare i prigionieri, non sapendo che i cannibali saranno solo uno degli ostacoli che incontreranno durante il loro percorso…

Un musical dall’aldilà, macabro e comico. Poe e Corman che incontrano i fratelli Marx.
Beetlejuice, "Spiritello porcello" è un film del 1988, diretto da Tim Burton, con protagonisti Alec Baldwin, Geena Davis, Michael Keaton e una strepitosa e Goticissima Winona Ryder. Questa commedia, che è tra le mie pellicole preferite di Burton, è entrata di diritto tra quei film che negli anni '80 sono entrati nella storia del cinema, diventando dei veri e propri cult, grazie a sequenze divenute immediatamente leggendarie e personaggi indimenticabili.
Riguardando a distanza di anni il film, ci si rende conto di come il maestro Tim Burton abbia rievocato nella sua commedia noir, il formato televisivo della sit-com famigliare che andava tanto di moda in quel periodo. Fin dai primissimi minuti di pellicola vengono poste delle solide basi per la creazione di una storia che ti porta in un altro mondo con regole ferree, scritte nel "Manuale del novello deceduto".
Beetlejuice: “Dite il mio nome, ditelo due volte e alla terza io arriverò!”
Una particolarità narrativa molto interessante e funzionale è rappresentata dallo "Spiritello porcello", che nonostante dia il titolo al film, entra in scena non prima della fine del secondo atto per soli diciassette minuti, un bio-esorcista che travolge gli spettatori (tutt' oggi questo resta il ruolo che ha reso celebre Michael Keaton).
Beetlejuice è divenuto certamente uno dei personaggi più affascinanti del cinema hollywoodiano degli anni Ottanta, con il suo stile sboccato e il suo aspetto terrificante e nello stesso tempo comico e grottesco.

«Prima c'era l'oscurità. Poi vennero gli Stranieri. Erano una razza antica quanto il Tempo. Erano padroni della più potente delle tecnologie, la capacità di alterare la realtà fisica con la sola forza di volontà. Loro chiamavano questa capacità “accordarsi”. Ma stavano morendo. La loro civiltà era vicina alla fine. Perciò abbandonarono il loro mondo, in cerca di una cura per la loro mortalità. Un viaggio infinito li condusse fino a un piccolo mondo azzurro, nel più remoto angolo della galassia, il nostro Mondo. Qui pensarono di aver trovato quello che avevano sempre cercato...» (cit. dal monologo introduttivo).
Un uomo si sveglia, una notte, nella vasca da bagno di un hotel. Non ricorda niente. Ha un rivolo di sangue sulla fronte. Non sa perché si trovi lì, non ricorda niente del suo passato e del suo presente. Non ricorda neppure il proprio nome. Non sa chi sia il misterioso dottore che lo chiama al telefono, da lì a poco. Dice di chiamarsi Schreber. Dice che qualcuno lo sta cercando, che uomini pericolosi sono sulle sue tracce. E deve fuggire. Subito. Ma dove? Da chi? Perché? L'uomo non sa dove si trova e non sa neppure chi sia, o meglio, chi sia stata, la giovane donna che giace morta, nuda, nella sua stanza, coperta di sangue e con segni spiraliformi incisi nella pelle. Solo può immaginare che quei segni siano stati inferti col coltello insanguinato che lui urta, passando, e che cade accanto al corpo. Mentre lui si allontana in fretta dalla stanza maledetta.
Nella hall dell'albergo, l'uomo viene fermato dal portiere di notte. Hanno chiamato per lui dall'Automat, per avvertire che ha lasciato lì il portafoglio. Meglio che lo vada a ritirare, le tre settimane sono appena passate e deve pagare per restare ancora. Tre settimane? Certo, gli conferma il portiere, mostrandogli la firma siglata al momento della check in. Così, l'uomo impara di chiamarsi J. Murdoch...
Da anni siamo abituati a considerare il cinema italiano inferiore a quello estero e in particolare quello statunitense. E se nelle produzioni a stampo criminale come Gomorra o Romanzo Criminale questa distanza tende ad assottigliarsi, nel cinema horror di casa nostra questa differenza di qualità si amplia fino a diventare un abisso che per molti non potrà mai essere colmato. Questo film parte proprio da qui, lanciando al pubblico questa domanda: può il cinema horror italiano eguagliare e fare propri gli stilemi che hanno reso molte pellicole d’orrore statunitensi dei cult in tutto il mondo?
Ma procediamo con calma. La storia inizia con una sequenza molto suggestiva di un essere umanoide che, all’interno di una cascina, rompe il cranio a una ragazza con un grande martello di legno. Nulla di eccezionale, niente che non si sia già visto, ma il brano di Gino Paoli che accompagna la scena riesce, con la sua morbidezza, la sua dolcezza e quel senso di pacata serenità, a trasmettere tutta la poetica della pellicola: non vedrete cose nuove, non ci scosteremo dal canone, ma lo faremo in modo diverso. Lo faremo filtrandolo da quello che si presume sia il nostro tallone d’Achille, cioè il nostro essere italiani, rendendolo il tocco di pregio del film.

Fin dove può arrivare la vendetta di una donna innamorata e respinta? Non domandatevelo, se la donna in questione è una potente strega, dotata di immortalità ed eterna giovinezza...
Maine, 1752. I Collins sono stranieri, sulla East Coast. Arrivano da Liverpool e giunti nelle Colonie d'America, decidono di stabilirsi dove meglio possono esprimere la propria vocazione imprenditoriale. Joshua e Naomi Collins e il figlio Barnabas, divengono presto una colonna portante della locale comunità di pescatori e fondano una potentissima impresa di pesca e lavorazione del pesce. Daranno poi il proprio nome alla cittadina di Collinsport, che si ergerà sul porto e all'ombra della loro grandiosa magione, Collinwood Manor. Tutto in zona ruota intorno ai Collins e il piccolo Barnabas cresce nel lusso e nell'abbondanza. Di lui è segretamente innamorata Angelique, figlia della governante e a sua volta parte della servitù di famiglia. Una volta cresciuto, Barnabas la seduce ma non la ama, preferendosi dichiarare alla bionda e dolce Josette.
In seguito al rifiuto Angelique, che in realtà è una strega, decide di vendicarsi sul giovane che l'ha fatta soffrire e con un maleficio gli uccide i genitori. Barnabas intuisce la natura della domestica e quando la fidanzata si getta da una rupe capisce che a indurla al gesto è stato un altro maleficio della strega da lui respinta. Per il dolore anche lui si getta dalla stessa rupe ma contrariamente a Josette, si risveglia incolume, trasformato in un vampiro immortale. Non contenta di avergli gettato questa maledizione, Angelique gli aizza contro tutta Collinsport, e Barnabas si ritrova sepolto vivo, all'interno di una bara incatenata. La strega getta poi una maledizione anche su tutta la famiglia e per le generazioni a venire.
Maine, 1972. Su un treno sta viaggiando una giovane donna, garbata e composta. È bionda e fissa il mondo con un paio di occhi grandi, profondamente azzurri. Porta una valigia pesante, è evidente che sta cercando un nuovo inizio. Qualcosa la spinge verso la cittadina di Collinsport, dove è attesa nel maniero dei fondatori, ormai in rovina. Qui vivono i discendenti dei Collins: Elizabeth con il fratello Roger e i rispettivi figli, Carolyn e David. Victoria (così dice di chiamarsi la ragazza del treno) è qui per fare da istitutrice al giovane David. A lui è dedicata anche la presenza della psichiatra Julia Hoffman: David infatti sostiene di dialogare con il fantasma della madre morta in un naufragio. Completano il quadro gli ultimi due servitori rimasti della fitta schiera, un tempo al servizio dei Collins. Malgrado il clima un po' scostante e la stranezza di ciascuno, la famiglia si adatta al nuovo equilibrio e Victoria inizia presto ad ambientarsi, finché un giorno...
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