
Recensione speciale. In memoria di Bruno Kramm (1967 – 2026)
Prologo: un palco andaluso, una sera di settembre
Il 25 settembre 2026 i Das Ich salgono sul palco della sala Planta Baja, a Granada, per quello che viene annunciato come il loro primo concerto nel sud della Spagna. Il tour europeo è il coronamento di un ritorno che tutti aspettavano da quasi vent'anni: l'album nuovo è uscito da undici mesi, il M'era Luna del 2027 li ha già in cartellone, il pubblico c'è e risponde. Verso la fine dell'esibizione Bruno Kramm, cinquantotto anni, tastierista, compositore, produttore e fondatore della band, si sente male. I soccorsi arrivano intorno a mezzanotte e non possono che constatarne la morte. Le autorità spagnole hanno aperto gli accertamenti di rito.

Nel 1978, in una città di provincia inglese che nessuno avrebbe scommesso capace di generare qualcosa, quattro ragazzi si mettono in marcia verso un territorio sonoro che ancora non esiste su nessuna mappa. Non hanno un genere da seguire, perché quel genere non è ancora stato tracciato: devono aprirsi la strada da soli, un passo alla volta, in un buio che loro stessi contribuiranno a definire. I Bauhaus non hanno semplicemente registrato dischi oscuri: hanno esplorato per primi un continente sonoro che nessuno aveva osato attraversare fino in fondo, e da quella spedizione pionieristica partita da Northampton è nata l'intera cartografia del gothic rock.

Gli yelworC nella Dark Electro hanno definito, fissato i confini, insegnato a chi viene dopo come si scava davvero nel lato più cupo della macchina elettronica. Gli yelworC anche se sconosciuti ai meno esperti del dark underground non sono una semplice band, ma un vero e proprio manuale sonoro studiato a memoria da generazioni di artisti che, spesso senza saperlo, ne ripetono ancora oggi la grammatica: sequencer gelidi, percussioni metalliche, voci corrose fino all'osso, un'ossessione rituale per l'occulto e l'horror. Prima ancora di avere un catalogo reperibile, yelworC aveva già lo status di scuola: si studiava per sottrazione, ascoltando chi ne aveva assorbito la lezione, molto prima che i dischi originali tornassero davvero accessibili.

Gli Alien Sex Fiend nella storia della musica dark britannica non si sono limitati a suonare, ma hanno inventato un intero immaginario da zero, senza chiedere il permesso a nessuno, nemmeno alle etichette che li pubblicavano. Gli Alien Sex Fiend non hanno costruito una cattedrale gotica, hanno montato un tendone da circo su un cimitero abbandonato. Ogni disco è un numero diverso dello stesso spettacolo itinerante, ogni copertina un manifesto affisso fuori dal baraccone, ogni concerto una rappresentazione che promette meraviglie e orrori nella stessa serata, senza mai specificare dove finisca l'uno e cominci l'altro.

I Front 242 non sono semplici musicisti, ma veri e propri costruttori di un metodo, disegnatori di una struttura sonora tanto rigorosa da diventare, nel giro di pochi anni, un genere a sé stante con un nome proprio. Li si è chiamati padri dell'Electronic Body Music, ed è giusto: sono loro ad aver generato il vocabolario, l'estetica, l'intera genealogia sonora da cui discende tutto ciò che oggi chiamiamo EBM. Ma la definizione di padri, da sola, rischia di suggerire un'origine quasi istintiva, organica. I Front 242 sono stati anche, e forse soprattutto, architetti: hanno disegnato quel genere con la stessa freddezza metodica con cui si disegna un edificio, calcolando ogni campata ritmica, ogni carico vocale, ogni facciata grafica prima ancora di gettare le fondamenta in studio. Non è un caso che il loro stesso nome suoni come una sigla militare, un codice operativo più che un'insegna rock: fin dall'inizio i Front 242 pensano per progetti, non per canzoni. Sul significato di quel "242" si sono rincorse per anni leggende diverse: chi lo lega a un'esclamazione dialettale di Bressanutti, chi alla risoluzione 242 dell'ONU sul conflitto arabo-israeliano, chi più cupamente al numero di cittadini belgi condannati a morte per collaborazionismo dopo la Seconda Guerra Mondiale.

PRELUDIO: UN SUONO E UN CORPO IN DECOMPOSIZIONE
Gli Skinny Puppy non erano semplici interpreti del genere, ma i suoi maestri più radicali, capaci di fondere una scrittura sonora chirurgica con una dimensione performativa che ha ridefinito, una volta per tutte, cosa potesse significare un concerto industrial. Nati a Vancouver all'alba degli anni Ottanta da un'intuizione condivisa fra Kevin Crompton e presto ribattezzato cEvin Key e Kevin Ogilvie, che avrebbe assunto il nome di battaglia Nivek Ogre (il proprio nome letto al contrario), il progetto si presenta fin da subito come qualcosa di irriducibile alle categorie allora disponibili. Non è Punk, non è New Wave, non è la disco mutante e algida della coeva scena europea. È un organismo doppio, fatto di macchine e di carne: da un lato ritmiche elettroniche calcolate al millimetro, dall'altro un corpo scenico, quello di Ogre, messo costantemente in scena come materia da torturare, bendare, sezionare.
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