
PRELUDIO: UN SUONO E UN CORPO IN DECOMPOSIZIONE
Gli Skinny Puppy non erano semplici interpreti del genere, ma i suoi maestri più radicali, capaci di fondere una scrittura sonora chirurgica con una dimensione performativa che ha ridefinito, una volta per tutte, cosa potesse significare un concerto industrial. Nati a Vancouver all'alba degli anni Ottanta da un'intuizione condivisa fra Kevin Crompton e presto ribattezzato cEvin Key e Kevin Ogilvie, che avrebbe assunto il nome di battaglia Nivek Ogre (il proprio nome letto al contrario), il progetto si presenta fin da subito come qualcosa di irriducibile alle categorie allora disponibili. Non è Punk, non è New Wave, non è la disco mutante e algida della coeva scena europea. È un organismo doppio, fatto di macchine e di carne: da un lato ritmiche elettroniche calcolate al millimetro, dall'altro un corpo scenico, quello di Ogre, messo costantemente in scena come materia da torturare, bendare, sezionare.

Capelli corvini cotonati fino a sfidare la gravità, sopracciglia arcuate come lame, labbra di un rosso quasi liturgico, abiti che sembrano rubati a un ritratto rinascimentale riportato in vita da una seduta spiritica. Quell'immagine ha un nome e un basso a tracolla: Patricia Morrison. Ed è proprio quel basso, spesso relegato sullo sfondo dal peso schiacciante della sua iconografia, il punto da cui vale la pena ripartire per raccontarla davvero. Perché prima di essere il volto più fotografato del Gothic Rock, Patricia Morrison è stata anche se con poche, ma significative eccezioni che la sua stessa storia si incarica di raccontare quella di una vera bassista, cresciuta di pane e musica, capace di dare struttura a suoni radicalmente diversi tra loro senza mai perdere la propria firma strumentale.

The Damned sono forse più di ogni altro gruppo britannico quelli che hanno incarnato questo ruolo di traghettatori: quelli che nel 1976 salpano dal molo scalcinato e velocissimo del punk delle origini, e che nel giro di pochi anni approdano, quasi senza accorgersene, sulle rive nebbiose e cimiteriali di quello che il mondo avrebbe poi chiamato gothic rock. Ma un traghettatore, per definizione, non abbandona mai del tutto la riva di partenza: continua ad andare avanti e indietro, portando merci, storie, contaminazioni. Ed è esattamente quello che i Damned hanno fatto per quasi cinquant'anni.

Ci sono band che fanno musica, e ci sono entità che riscrivono le regole di cosa la musica possa essere. I Throbbing Gristle appartengono inequivocabilmente alla seconda categoria, e per raccontarli davvero bisogna partire da un presupposto scomodo: quando nel 1975 quattro persone a Hull decidono di darsi un nome che è insieme una minaccia e una battuta oscena in slang yorkshire, non stanno formando un gruppo rock. Stanno chiudendo un capitolo che è quello dell'arte performativa più estrema che il Regno Unito avesse mai tollerato per aprirne uno nuovo, e quel capitolo nuovo si chiamerà, semplicemente, industrial: un genere che, come racconteremo, loro stessi hanno battezzato e fondato da zero, prima ancora che esistesse un pubblico pronto ad accoglierlo.

C'è un momento preciso in cui il post-punk smette di essere una semplice accelerazione nervosa del punk e diventa qualcos'altro: un territorio interiore, freddo, abitato da ombre lunghe e da un silenzio che pesa più delle chitarre. Quel momento ha un nome, o meglio quattro nomi e una città industriale in disfacimento: Manchester, la sua edilizia in cemento grigio, le sue fabbriche dismesse, i suoi cieli color piombo. È lì che nasce, si consuma e si spegne in appena quattro anni la storia dei Joy Division, un gruppo che non si limitò a interpretare un genere già esistente ma che, insieme a pochissimi altri, lo inventò da zero, tracciando una mappa sonora che nessuno aveva ancora disegnato e che tutti, dopo di loro, avrebbero seguito. Non furono gli unici pionieri del post-punk britannico, ma furono probabilmente quelli che ne spinsero più a fondo le possibilità espressive, trasformando un'estetica ancora acerba in un linguaggio compiuto, capace di generare da solo intere generazioni di musica a venire.

Una città grigia, industriale, percorsa da una pioggia che pare non concedere tregua. Non è Londra, non ha il fascino patinato della capitale, e proprio in questa marginalità geografica e culturale trova terreno fertile qualcosa che cambierà per sempre l'estetica sonora e visiva di intere generazioni di anime notturne. Non è un'esagerazione parlare di leggenda quando si affronta la storia di The Sisters of Mercy. Pochissime band nella storia della musica hanno costruito un mito tanto solido partendo da un rifiuto tanto ostinato: quello della stessa etichetta che le viene universalmente attribuita. Eppure, senza Sisters of Mercy, il gothic rock come lo conosciamo oggi come l'estetica, il suono, persino il guardaroba, semplicemente non esisterebbe nella forma in cui lo riconosciamo. E la loro discografia, per quanto numericamente esigua se paragonata a quella di band coetanee, resta tra le più dense e influenti mai prodotte nell'ambito della musica underground.