La scena successiva si sposta e vede Elisa, la nostra protagonista, nel bagno di una tavola calda a vomitare. La ragazza è incinta, e anche se questo dettaglio non ci viene mai detto chiaramente all’inizio del film, ci viene mostrato sia nei suoi frequenti malori che nel dialogo che avviene tra lei e la madre per cellulare proprio nella tavola calda, riguardo al fatto che la ragazza dovrebbe, il giorno dopo, andare ad abortire.
Ma la ragazza, non seguendo il consiglio della madre, parte con i suoi amici per la Calabria su di un vecchio camper. La scelta del viaggio, del camper e del gruppo di amici ci fa vnire in mente molti classici horror che hanno fatto di questi elementi dei veri e propri topos del genere; ci basti citare il primo Non aprite quella porta di Tobe Hooper, Un tranquillo weekend di paura del ‘73, la saga incentrata sul personaggio Jason Voorhees Venerdì 13, La casa di Sam Raimi e soprattutto il Midsommar di Ari Aster, da cui questo film attinge a piene mani.
Comincia così il viaggio del nostro gruppo, con il paesaggio boschivo della Calabria che viene esaltato in tutta la sua selvaggia bellezze dalle splendide riprese aeree e da una fotografia che ce la fa mutare sotto gli occhi da spazio interminabile e libero a labirinto impossibile e opprimente nel corso della narrazione, riuscendo a integrare in modo attivo l’ambiente con la storia. In questa prima parte di film ci vengono presentati i personaggi e soprattutto si pianta il seme della presenza della ‘Ndrangheta nella zona e della sindaca del paese, personaggio questo molto importante per la seconda parte della pellicola.
Durante la prima notte di viaggio, però, mentre alla guida c’è Mark, un ragazzo inglese molto esuberante e dal carattere da vero “cazzone”, sulla strada compare il cadavere di una capra che obbliga Fabrizio, ragazzo introverso e studente di cinema che in quel momento è seduto a fianco a Mark, ad afferrare il volante e sterzare bruscamente per evitare la collisione, mandando così il camper a sbattere contro un albero.
Il giorno dopo il gruppo si sveglia con un Mark con una gamba fratturata e il camper inspiegabilmente trasportato nel centro del bosco, lontano dalla strada, in un punto in cui i cellulari non hanno campo e vicini ad una strana casa di legno il cui interno ricorda sinistramente l’inizio del film.
Fabrizio e Riccardo, un uomo dalla vita matrimoniale compromessa e da un carattere molto forte, vanno in perlustrazione e trovano, in una radura nel bosco, delle teste di maiale inflitte in dei pali che ricordano un oscuro rituale pagano. Appena Fabrizio si accorge che il sangue dei maiali è fresco i due fuggono. Così, non avendo altre strade da seguire, il gruppo entra nella casa e si trova di fronte a una serie di quadri che illustrano la leggenda legata alla nascita dell’Ndragheta di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, storia che Fabrizio conosce perché la nonna gliela raccontava spesso quando lui era piccolo, e che ora lui riporta al resto del gruppo.
In tempi lontani, quando le persone morivano di fame, arrivarono da un mondo lontano tre cavalieri, i quali promisero di far cessare la carestia grazie ad un sacrificio: presero tre contadini e a uno cavarono gli occhi, a un altro tagliarono lingua e all’ultimo le orecchie. Grazie a questo rito la fame passò e i tre furono osannati al pari di santi benefattori.
Quando arriva la notte i ragazzi trovano nella soffitta della cascina una bambina con la lingua tagliata e vedono delle strane figure avvicinarsi, figure che ricordano molto quelle dei tre cavalieri dei dipinti…
Il film riesce egregiamente nell’intento di unire gli stilemi dell’horror slash di matrice americana con una leggenda nostrana dal sapore contadino e criminale. Anche l’inserimento di un vero e proprio clan malavitoso nel finale aiuta a far percepire in modo tridimensionale la realtà in cui la storia è ambientata.
I personaggi sono credibili, ben costruiti, non così stupidi come le loro controparti americane ma abbastanza audaci da condurci insieme a loro alla ricerca di una spiegazioni dei misteriosi e orribili avvenimenti che gli orbitano intorno. Inoltre ognuno di loro all’interno della storia trova il proprio momento per brillare.
Soprattutto la figura di Fabrizio risulta molto credibile e il suo interprete, Francesco Russo, è di certo l’attore che più spicca nel cast per via della sua ottima performante; sottotono invece la protagonista Elisa, interpretata da Matilda Anna Ingrid Lutz, che nella prima parte del film sembra quasi annoiata del ruolo che deve interpretare e che si riprende solo in parte nella seconda metà della storia.
I dialoghi sono funzionali, riuscendo a passare con scioltezza da discorsi futili e leggeri tipici del genere a monologhi più intimi e profondi. Inoltre, come in ogni slash horror che si rispetti, anche qui c’è la giusta dose di ironia e comicità.
La considerazione finale di Fabrizio sul cinema italiano, che rifugge da ogni tentativo di novità e controversia all’interno dei film credo che appartenga a tutti quegli italiani che, appassionati di cinema horror, thriller e mistery, si vedono sfornare sotto il naso solo commediole di terz’ordine che non lasciano spazio a film di genere di qualità maggiore.
Il colpo di scena presente nel finale giunge inaspettato ma non troppo da far storcere il naso allo spettatore: infatti durante tutta la vicenda sono stati lasciati dei piccoli segnali che potevano far intuire dove la storia stava andando a parare, anche se così ben armonizzati con il resto della narrazione che io alla prima visione non li ho colti e sono rimasto piacevolmente sorpreso.
I costumi dei tre Ossi e gli effetti speciali sono piacevoli, non stupendi ma considerando che siamo di fronte a un progetto di Netflix Italia nell’insieme il risultato è convincente e ben fatto.
Le musiche, con le scene di violenza sempre accompagnate da celebri canzoni italiane molto famose, rendono queste sequenze delle esperienze estetiche intrigantissime, grazie al senso di straniamento generate dall’accostamento di scene violentissime e canzoni popolari e pacate.
Infine le molte citazioni, dalla sirena antiaereo di Silent Hill presente quando arrivano i mostri, passando per la fila di auto abbandonate che ricorda una scenografia di The Walking Dead e arrivando all’architettura della casa nel bosco e i riti che ricordano la Svezia descritta nel già citato Midsommar di Aster, rendono questo film una visione imperdibile per quei cinefili che sono sempre lieti di scoprire che il regista del lungometraggio di turno è fan dei suoi stessi universi narrativi, ma anche a chi è semplicemente alla ricerca di una classica, buona storia di paura.
- Voto: 8/10
