
Qual è il rischio di guardare un film conoscendo il libro da cui è tratto? Quello di fare confronti. Qual è l'opportunità di guardare un film, conoscendo il libro da cui è tratto? Quella di fare confronti. Tutto dipende da come lo si guarda. Il film deve essere la semplice trasposizione di una storia già scritta o può configurarsi come un'opera a se stante?
Il caso di Nosferatu, il principe della notte, è ancora più complesso. Perché oltre che con il romanzo, deve fare i conti con il film del quale è il remake. Il romanzo è Dracula, forse il classico per eccellenza della letteratura vampiresca. Uscito nel 1897 dalla penna dello scrittore irlandese Bram Stoker, è il caposaldo in una serie di romanzi e la fonte di ispirazione di molte pellicole. Il film è Nosferatu il vampiro, scritto e diretto nel 1922 da Friederich Wilhelm Murnau e capolavoro della cinematografia espressionista.

«Chi è costui e che ci fa in paese?» Se lo domandano tutti, la sera in cui il giovane Ichabod Crane si presenta nella casa di Baltus Van Tassel, ricco mercante e possidente di Sleepy Hollow, nel pieno di una festa in corso. Nella sala, un cerchio di giovani gioca a mosca cieca e un violino sta suonando una musica allegra. Sembra che tutti vogliano ignorare i tre macabri omicidi appena consumati in paese: nel corso di una sola settimana, due uomini e una donna sono stati brutalmente uccisi e decapitati, le loro teste fatte sparire. In realtà, tutti sanno già chi è stato. Perché tutti, a Sleepy Hollow, conoscono il Cavaliere senza testa.
Tutti tranne lui, Ichabod Crane. Infatti, il giovane (Johnny Depp) non è del posto. Viene da New York ed è un poliziotto dai modi insoliti. Siamo nel 1799, all'alba di un nuovo secolo, e Crane è un investigatore moderno. Rifiuta i modi brutali della polizia, i processi sommari, la tortura. La sua totale e incondizionata razionalità lo porta a scontrarsi con i superiori, con i giudici e con tutto il sistema. E la missione nel sonnolento e superstizioso piccolo villaggio di campagna, allo scopo di indagare sui suoi recenti fatti, ha tutta l'aria di una punizione o di una sfida.

Guillermo del Toro torna magnificamente alla regia di un film appatenente a un genere che, come ormai tutti sappiamo, è il suo cavallo di battaglia. Dopo aver diretto film gotici e dark, con la giusta dose di action come Blade 2 e la dilogia di Hellboy, ci ritroviamo dinanzi ad uno dei suoi film più riusciti, con protagonisti l'affascinante Tom Hiddleston e la talentuosa Mia Wasikowska, Crimson Peak.
Del Toro sa il fatto suo quando si tratta di film horror, e questo film sa sicuramente come inquietare gli spettatori.
Il film inizia con la morte della madre della protagonista femminile Edith Cushing (Mia Wasikowska), la quale da bambina, in camera sua, scorge da lontano un fantasma che lentamente si avvicina. Il fantasma della madre la avverte su questo Crimson Peak, che la piccola Edith ancora non conosce. Vivendo col padre, Edith cresce serenamente nonostante l'assenza di uno dei genitori, e si appassiona alla scrittura di romanzi romantici dai toni orrorifici.

«C'era una volta, tanto tempo fa, in un paese del quale non ricordo il nome...»
Così iniziano le fiabe. E una fiaba è anche questa. Edward mani di forbice è una fiaba moderna.
In una cittadina modello, con strade tutte uguali, case tutte uguali, macchine tutte uguali, abitudini tutte uguali, orari tutti uguali, discorsi tutti uguali, un giorno arriva lui. Il diverso.
Chi è? È un ragazzo artificiale, creato da un inventore stravagante che vive da solo in un castello, sulla collina prospiciente la città.
Come è arrivato? È Peggy Boggs, solerte rappresentante Avon, che un giorno decide di uscire dal borgo e tentare la fortuna al castello. Trova il ragazzo solo, smarrito, con il viso segnato dalle ferite autoinferte senza volere. Infatti, al posto delle mani ha lunghe lame di forbici. Il suo inventore è morto improvvisamente, a un passo dal terminare la sua creazione. Così il ragazzo ha tutto, tranne le mani. Inizialmente spaventata, presto Peggy si rende conto del suo animo innocente e decide di portarlo a casa.

Stanley Kubrick. Stephen King. Cosa hanno in comune? Shining direte voi!
Un sequel dico io!
Infatti tutti sanno che Stephen King non ha mai amato - per usare un eufemismo! - la versione filmica del suo romanzo (Shining in originale, ma nella prima versione libresca del 1978 in Italia era stato intitolato Una splendida festa di morte) diretta dal regista di New York che chiuse la sua vita con un’altra pellicola basata su un libro - Eyes wide shut tratto da una novella di Arthur Schnitzler.
Il sequel di cui parlo è quindi Doctor Sleep (qui il titolo del film e del romanzo coincidono da subito), opera che in 153 minuti riesce a portare in scena quasi tutta la storia che King aveva in testa per proseguire la vita di Danny Torrance e dei suoi simpatici amici dell'Overlook Hotel, luogo in cui era stato assunto suo padre Jack come custode invernale (non mi dite che non avete mai visto il ghigno di Nicholson attraverso la spaccatura nella porta bianca!!!).

Il signor Diavolo. Non proprio un signore nei modi. Ad essere sinceri, nemmeno maggiorenne in questo nuovo film di Pupi Avati che segna il suo ritorno all’Horror (per sua stessa ammissione pare sarà l’inizio di una trilogia sul Male ambientata nella cara vecchia e inquietante pianura Padana).
La vicenda ha per protagonisti i minorenni come dicevamo, in particolare Carlo, Paolo ed Emilio.
I primi due sono amici per la pelle sui 14 anni, compagni di scuola inseparabili in giro su una sola bicicletta a spiare la bella del paese (la modella Ariel Serra, molto somigliante alla coprotagonista femminile di La casa dalle finestre che ridono, Francesca Marciano: probabilmente la scelta non è stata casuale visto che numerosi sono i rimandi al capolavoro del 1976) e a tirare di fionda con mira infallibile a tutte le lampadine.
E proprio dalla fionda inizia il racconto di Carlo sul perché avrebbe ucciso Emilio, il deforme ultimo arrivato in paese: peli ispidi, occhi da pesce e zanne da cinghiale.
Emilio, visto la prima volta mentre maldestramente cerca di andare in bici vicino ad un canale (scena girata a Comacchio - riconoscibilissima - stessi luoghi de La casa dalle finestre che ridono, un vero e proprio ritorno al passato per Avati). Paolo, per dimostrare la sua bravura o la sua bravata, con la fionda centra il fanale della bici di Emilio rimediandosi la sua ira e un morso sulla gamba.
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