Midsommar - Il villaggio dei dannati

  • Titolo: MIDSOMMAR
  • Regia: Ari Aster
  • Uscita nei cinema italiani: 25 luglio 2019

Questa recensione non sarà molto lunga.

Riassumendo si potrebbe dire semplicemente: guardate The Wicker Man del 1973, regia di Robin Hardy, e lasciate perdere questo Midsommar che ne è solo una brutta copia, per quanto patinata.

The Wicker Man è un capolavoro pagano-orrorifico considerato pellicola di culto con uno dei finali più spaventosi di tutto il cinema tutto (andate pure a controllate i riconoscimenti che ha avuto in 46 anni).

Invece Midsommar - Il villaggio dei dannati (come al solito il titolo italiano non viene in aiuto, anzi richiama un’omonimo del 1960) è lo stesso film, solo con maggior budget e con l’aggiunta di quattro giovani americani stupidi all’inverosimile. E sono proprio loro ad affossare la pellicola in questione.

Forse il punto debole di questa opera è proprio la sua scena più riuscita, ovvero i primi 10 minuti in cui si scopre una tragedia di grandi dimensioni ma a piccole dosi. Non posso svelarvi di più per non spoilerare, ma qui Ari Aster - regista newyorkese alle prese col suo secondo lungometraggio - riesce a far salire l’asticella della tensione magistralmente usando tutti gli elementi della non-comunicazione moderna (cellulari e social network). Purtroppo questo apice iniziale non si ripeterà più e anzi il film tende per tutte le restanti 2 ore a rincorrere senza riuscirci lo stesso intimo terrore.

Dei quattro americani una sola è la protagonista femminile, Florence Pugh (molto espressiva) nella parte di Dani Ardor (il cognome potrebbe suggerire il coraggio dell’eroina?), la quale subisce questa tragedia e nello stesso tempo vediamo come il suo rapporto col tipico ragazzo palestrato americano di nome Christian (il secondo dei quattro americani stupidi e con un nome pare anch’esso non scelto a caso ma riferito al cristianesimo, che ne dite?) sia in crisi già da lungo tempo.

Gli amici di Christian - un bianco e un nero (gli altri due americani stupidi mancanti alla lista) - continuano a dirgli di lasciarla. E infatti lui per tutta risposta la invita a loro insaputa ad un viaggio in Svezia previsto pare già da un po’ tra i maschi della combriccola. Morale della favola tutti insieme allegramente partono! Non si capisce poi perché l’amico svedese che li ha invitati, Pelle, non abbia da subito proposto che venisse anche lei visto che a fine film si scoprirà quanto fosse importante la sua presenza. Ma tant’è, in fondo ve l’avevo già detto che sono un po’ tonti tutti quanti.

Così li ritroviamo in Svezia alla volta di Hårga nella regione dello Hälsingland (la prima non esiste, la seconda sì ed è davvero in Svezia) ove si svolge ogni 90 anni una celebrazione di metà estate - appunto la traduzione letterale di Midsommar - da parte della famiglia di Pelle.

I primi passaggi sono intervallati da schermate in stile cartone medievale che suddivide le situazioni per stagioni. Un lungo velo con sacrifici umani dipinti è appeso tutto il tempo anche nel villaggio, ma nessuno ci fa caso, nemmeno il nero che è il più curioso studioso del gruppo e deve fare una tesi su tutto il festival. Carino come espediente quello della schermata, ma si perderà senza lasciare tracce. Anche il disegno del sole col viso sogghignante richiama a The Wicker Man, tra l’altro.

Ad Hårga vengono quindi accolti da festanti abitanti vestiti di bianco, brindisi, musiche, tanto sole e aree verdi, case in stile granaio contadino americano e un sacco di gente che va in giro non si sa bene a fare cosa, tutti in look razza ariana ma col sorriso sulle labbra. A questi seguono pranzi all’aperto in lunghe tavolate dove mangiano sincronizzati come un balletto del Bolshoi.

Qui gli americani incontrano anche altri due giovani provenienti da fuori, una coppia di ispanici che saranno le prime vittime (frecciatine lanciate al Nazismo o a Donald Trump?).

In un crescendo di sparizioni molto strane - ma delle quali nessuno dei quattro americani ovviamente pare preoccuparsi - e dopo aver visto due suicidi rituali da una rupe che li hanno lasciati impassibili mentre i due ispanici hanno fatto le bizze, i quattro ragazzi americani (ho già detto che sono stupidi sino al limite estremo dell'universo?) continuano a seguire tutto il festival venendo sempre più selezionati per il gran finale che non vi svelo, ma segue il solito copione del film folk-horror.

Per farvi comprendere come mai insisto tanto sulla poca intelligenza dei quattro protagonisti che rovina tutto il film - oltre al fatto di non essersi mai resi conto che tutti i presenti cercano di separarli e farli litigare in maniera esplicita e che se vi dicono di NON entrare a sfogliare un libro sacro voi LO FATE subito - vi voglio citare una scena che è esempio lampante della loro infantilità: a metà film, in un giorno di pieno sole, il nero e il bianco non palestrato (che sarebbe il buffone nel sacrificio) stanno parlando con uno degli abitanti del villaggio di Hårga.

Ad un certo punto il buffone dice che deve andare in bagno.

E ora - badate bene - ci sono le toilette disponibili in questo paesino dall’aspetto medievaleggiante e sono state presumibilmente usate da tutti sino ad allora (sono già da un po’ di giorni al festival), ma lui esce di scena per poi essere ripreso mentre sta facendo pipì dietro ad un grosso albero caduto che è praticamente dove tutti stanno camminando e parlando e svolgendo le loro mansioni.

Non solo non si preoccupa minimamente che qualcuno possa vederlo, ma come se non bastasse sta scaricando pure i suoi bisogni su un albero considerato rappresentazione degli antenati di Hårga!!! Giustamente viene insultato in svedese mentre stranito si chiede cosa potrebbe mai avere fatto di male. Qui accade quel tipico passaggio presente in ogni film horror che nello spettatore porta a tifare o no per i protagonisti.

In questo caso l’empatia per i quattro americani viene di colpo azzerata. Dopo questa scena si spera che muoiano soffrendo il più possibile e tranquilli: sarete ricompensati!

Nonostante lo stile elegante (anche troppo, quasi da videoclip musicale alla Alanis Morissette, come si vede durante le scene in cui la Natura “respira”), buoni effetti speciali (ma le facce di gomma si notano), un uso sapiente delle rune anche se mai spiegate e della fotografia che si avvale della splendida natura svedese che è già uno spettacolo di suo (fregati! In realtà è girato a Budapest, Ungheria), gli attori sono quasi sempre inespressivi o caricaturali e a metà film si capisce come andrà a finire.

Sul deforme che ha le visioni non mi pronuncio nemmeno.

Ripeto: andate a vedere un capolavoro come The Wicker Man, molto più sensuale e immerso nella cultura celtica del ciclo delle stagioni (perché di questo infine si tratta) e non a caso fatto da inglesi veri. Addirittura si narra che sir Christopher Lee decise di partecipare gratis alle riprese talmente voleva fare questo film e in effetti la considerava la sua migliore interpretazione!

A proposito di spirito celtico, non lasciatevi ingannare dal nome del regista: per quanto suoni scandinavo, Ari Aster è invece di origine ebraica.

Ultima nota: se proprio non vi ho convinti con The Wicker Man, sappiate che questa seconda fatica dell’Aster ha una trama praticamente identica ad un film di produzione danese del 2003, regia di Carsten Myllerup. Questo film nel 2008 è stato rifatto negli U.S.A. col titolo di Solstice, ma indovinate come si chiamava nel 2003?

Bravi, proprio lo stesso nome scelto da Ari Aster!  

  • Voto: 2/10