Il signor Diavolo

signor diavolo

  • Titolo: IL SIGNOR DIAVOLO
  • Regia: Pupi Avati
  • Uscita nei cinema italiani: 22 agosto 2019

Il signor Diavolo. Non proprio un signore nei modi. Ad essere sinceri, nemmeno maggiorenne in questo nuovo film di Pupi Avati che segna il suo ritorno all’Horror (per sua stessa ammissione pare sarà l’inizio di una trilogia sul Male ambientata nella cara vecchia e inquietante pianura Padana).

La vicenda ha per protagonisti i minorenni come dicevamo, in particolare Carlo, Paolo ed Emilio.

I primi due sono amici per la pelle sui 14 anni, compagni di scuola inseparabili in giro su una sola bicicletta a spiare la bella del paese (la modella Ariel Serra, molto somigliante alla coprotagonista femminile di La casa dalle finestre che ridono, Francesca Marciano: probabilmente la scelta non è stata casuale visto che numerosi sono i rimandi al capolavoro del 1976) e a tirare di fionda con mira infallibile a tutte le lampadine.

E proprio dalla fionda inizia il racconto di Carlo sul perché avrebbe ucciso Emilio, il deforme ultimo arrivato in paese: peli ispidi, occhi da pesce e zanne da cinghiale.

Emilio, visto la prima volta mentre maldestramente cerca di andare in bici vicino ad un canale (scena girata a Comacchio - riconoscibilissima - stessi luoghi de La casa dalle finestre che ridono, un vero e proprio ritorno al passato per Avati). Paolo, per dimostrare la sua bravura o la sua bravata, con la fionda centra il fanale della bici di Emilio rimediandosi la sua ira e un morso sulla gamba.

Da qui tutto si fa ripido (il film ha ritmi dosati ma rimane scorrevole: altro pregio in un periodo di pellicole al cinema che spesso superano le due ore potendo benissimo rimanere entro una) con la prima comunione in cui Emilio fa inciampare Paolo e gli fa cadere e pestare l’ostia consacrata. Atto sacrilego che conduce la comunione ad essere interrotta e Paolo ad ammalarsi misteriosamente. Carlo, l’amico fedele, gli porta i compiti a casa e Paolo gli dice di attendere un suo segno segreto, dopo che sarà morto.

Preso dal panico, Carlo va ad affrontare Emilio e gli chiede di rivelare la sua colpa: è stato lui a far ammalare Paolo! Emilio, che nonostante i denti lunghi ha una voce soave, gli risponde che il bello deve ancora venire.

Questo l’incipit di una storia che si muove nell'Italia contadina del nord est, Italia divisa tra Democrazia Cristiana e Comunisti (tutti avranno un ruolo in questa storia) dove un giovane avvocato - Furio Momenté - è stato mandato a indagare sul perché un minorenne ne abbia ucciso un altro affermando che fosse il Diavolo in persona.

Ma niente è come sembra e alla fine non si saprà veramente da che parte stare.

Atmosfere lugubri, improvvisi temporali, campagne desolate, case umide e un cast che dichiaratamente si rifà al passato filmico più gotico di Avati: Gianni Cavina ancora una volta visionario nella parte del catechista, Lino Capolicchio in quella del parroco serio e ascetico e infine un volto minore ma sempre importante del cinema di Avati, quel Massimo Bonetti che impersonava l’ispettore Carlo Morlisi nella serie tv Rai Voci notturne, prodotta e scritta da Avati nel lontano 1995.

Una perla andata in onda due volte soltanto e di cui la seconda censurata. Mai nemmeno riproposta in dvd dove meriterebbe di stare, si trova però integrale su Youtube, ben visibile anche se di bassa qualità.

Altra divagazione: probabilmente sarebbe stato della partita anche un ulteriore storico attore di Avati: Carlo Delle Piane. Purtroppo è venuto a mancare un giorno dopo l'uscita nei cinema italiani del film, il 23 agosto 2019. 70 anni di carriera, 110 film. R.I.P..

Tornando al film vero e proprio, la storia de Il signor Diavolo prosegue con Carlo (forse che il nome sia un omaggio al vecchio amico e attore?) rinchiuso in cella e Massimo Bonetti che anche qui fa la parte dell’ispettore che deve risolvere il caso e lo interroga, non fiducioso in una sola parola di quel che il ragazzo dice. Come tutti, anche se il suo ruolo gli impone di impersonare la razionalità e il metodo scientifico, crede più nella superstizione che nella realtà dei fatti (dalle sue fantasticherie nascerà una delle scene più Horror in senso stretto).

A conti fatti questa ultima opera di Avati, tratta dal suo romanzo omonimo e riscritta per il grande schermo insieme a suo fratello Antonio e al figlio di Pupi, Tommaso, può essere vista come un riuscito incrocio tra la già menzionata Casa dalle finestre che ridono e le atmosfere sulfuree de L’arcano incantatore del 1996. 

Lo stile rimane quello dell'Avati più nero in tutti i sensi, ovvero una storia che si dipana tra tanti personaggi e indizi e in cui rimangono sempre alcuni punti oscuri anche a visione finita. Questo ultimo aspetto può essere una pecca nel senso che si avverte come di non esser riusciti mai a penetrare tutto il mistero. Per alcuni sarà un pregio, per altri no.

Ad esempio, come dicevo prima quando Emilio risponde a Carlo - che va a trovarlo in casa - che il bello deve ancora venire, non si arriva mai bene a capire, anche dopo aver visto tutto il film titoli di coda compresi, a cosa Emilio si riferisca.

Emilio praticamente muore prima di mostrarci quel che intende. E questo dubbio rimane dividendoci: Avati ha dimenticato di portare avanti questo spunto o siamo noi a non aver capito niente?

Forse, anche se pare che la sceneggiatura riproponga sempre la stessa storia di magia e morte (e così non è in verità, ma è innegabile l'alto numero di assonanze tra La casa dalle finestre che ridono e quest'opera), la pellicola cura e ripropone le atmosfere dell'Horror artigiano italiano degli anni tra i 60 e gli 80, prendendo perciò sì spunto da un largo calderone di generi e situazioni, ma sviluppando il tutto in una maniera elegante, aggiornata e comunque godibile che in un'epoca di film Horror globalizzati da azione e computer grafica fa del senso della misura e del contesto locale arcaico un solido punto di forza. 

Non tutto è perfetto è vero, ma forse l’unica pecca reale è la poca caratterizzazione di alcuni dei personaggi chiave come il protagonista vero e proprio, ovvero l’inviato dal dipartimento di Grazia e Giustizia Furio Momenté, di cui nel film non si sa niente rispetto a quanto appare nel romanzo. Altro personaggio poco approfondito è quello della contessa, la madre di Emilio. A questo aggiungerei un uso dell'italiano da parte dei personaggi più poveri forse un po' troppo forbito tenendo conto del contesto contadino del Secondo dopoguerra, non ancora avvezzo al boom economico che rilancerà l'Italia comunque pochi anni dopo il 1952, anno della vicenda narrata.

Questi personaggi nel film hanno ruoli importanti e a fine visione lasciano un po’ l’amaro in bocca in quanto risultano talmente cattivi o ingenui da scadere un po’ nello stereotipo irreale.

Ma questo amaro in bocca sparisce nel giro di un paio di giorni: la forza vera di questo film non è tanto nell'insieme dei colpi di scena, quanto il suo stimolo a ripensarlo anche a casa, cercando di capire tutti gli intrecci e i veri significati. Non è davvero facile comprendere di chi sia la colpa della morte di Emilio, né se Emilio sia quello che viene descritto o quello che vediamo. Di certo Avati per narrare questa storia si è rifatto alla sua infanzia, a quel rispetto che si doveva al prete ai tempi in cui era bambino, al terrore che queste figure incutevano. Il Male risiede ovunque e pare volere dire: "guardami, sono qui, è inutile che chiudi gli occhi!"

Anche la preghiera non pare servire a molto, nonostante Avati sia cattolico dichiarato e praticante.

Il signor Diavolo racchiude in una narrazione alquanto lineare ma intricata per via dell’alto numero di personaggi che vi agiscono in serie (l’indagine porta Momenté ad ascoltare la testimonianza di praticamente tutto il paese) la critica a diversi aspetti della società attuale.

In particolare vi è un'analisi - forse non del tutto voluta o forse la vedo solo io - alla situazione di governo italiana del 2018 (anno della pubblicazione del romanzo) e del 2019 (uscita del film) in cui entrambi gli schieramenti di destra (la DC) e di sinistra (il PCI) non sembrano - è il caso di dirlo - stinchi di santo. Inoltre la critica si sposta anche sulla moralità dei singoli individui, stretti tra le necessità quotidiane in una campagna povera del Secondo dopoguerra italiano e la superstizione che permane negli strati contadini anche dopo secoli di Cristianizzazione. Molti infatti i riferimenti a miti della vita bucolica. Sembra proprio che ci sia più Paganesimo nel Cristianesimo di quanto ci venga insegnato!

Insomma, un invito a ragionare con la propria testa, soprattutto nella discriminazione a Emilio, il deforme subito associato al Diavolo e forse non a caso dalla pelle scura (o anche qui non è voluto?).

Ma anche senza volerci trovare paralleli al di fuori della storia di paura narrata, il film si regge benissimo sulle interpretazioni singole, da quella del navigato Alessandro Haber (qui praticamente in un cameo) a quella del 14enne Filippo Franchini che conduce tutta la sceneggiatura col suo racconto all'ispettore di turno e i suoi occhi spiritati. Per essere al suo primo film, regge bene il confronto con attori come Capolicchio e Cavina che sono invece da anni sulle scene.

Alla fine si può dire: un grande ritorno di Pupi Avati a quei territori dell’animo umano oscuri, ma che a lui che principalmente è conosciuto per storie di commedie e drammi famigliari non è mai dispiaciuto bazzicare. 

.....e di questo non possiamo che essere grati! Se c’è infatti ancora qualcuno che tiene alto il vessillo dell’Horror italiano, questo qualcuno inaspettatamente è Pupi Avati e non più Dario Argento!

  • Voto: 9/10