Non è un caso che il nome scelto fosse un omaggio esplicito alla scuola tedesca di Walter Gropius. Il Bauhaus storico aveva rivoluzionato il modo di pensare arte e design proprio rompendo con ogni convenzione precedente, aprendo strade che nessuno aveva percorso prima. I quattro ragazzi di Northampton hanno applicato lo stesso spirito pionieristico al rock: non replicare ciò che già esisteva, ma spingersi oltre il confine conosciuto, senza avere alcuna certezza di ciò che avrebbero trovato dall'altra parte.
Northampton, 1978: la prima spedizione
Northampton non è Londra. È una città di provincia, grigia, industriale, il tipo di posto da cui normalmente non nasce nulla che valga la pena raccontare. Eppure è lì, nell'estate del 1978, che parte la prima spedizione verso un territorio musicale ancora inesplorato. Peter Murphy, voce e presenza scenica capace di ipnotizzare una sala con un solo sguardo, si unisce a Daniel Ash alla chitarra, David J al basso e Kevin Haskins alla batteria. Quattro esploratori con equipaggiamenti diversi: Murphy come voce guida capace di orientare l'ascoltatore nel buio, Ash con una chitarra che taglia il sentiero come un machete, David J con un basso che scandisce il passo della marcia, Haskins con una batteria che non guida mai ma sostiene ogni avanzata.
Il gruppo si chiama inizialmente Bauhaus 1919, in omaggio diretto alla scuola d'arte tedesca. Non è un vezzo intellettuale isolato: è la dichiarazione d'intenti di chi sa di muoversi controcorrente, in territorio inesplorato, senza mappe precedenti a cui affidarsi.
"Bela Lugosi's Dead": la bandiera piantata sul nuovo continente
Se dovessimo indicare il momento esatto in cui i pionieri del gothic rock piantano la loro bandiera su un territorio mai rivendicato prima, quel momento avrebbe un nome preciso: "Bela Lugosi's Dead", pubblicato come singolo nell'agosto del 1979. Nove minuti e mezzo che avanzano nel buio senza fretta, come una spedizione che sa di non dover tornare indietro: un basso che scandisce il passo con ostinazione ipnotica, una chitarra che sibila come vento tra rovine mai viste da nessuno, e la voce di Murphy che scandisce, quasi recitando, il nome dell'attore ungherese che aveva dato volto a Dracula sul grande schermo.
Non è un pezzo che si ascolta: è un territorio che si attraversa per la prima volta insieme a chi lo sta scoprendo in quel preciso istante. Costruito sul vuoto tanto quanto sul suono, su pause che diventano tensione, su un crescendo che non esplode mai ma avanza, passo dopo passo, come chi cammina senza sapere cosa lo aspetta dietro la prossima curva. Quando uscì, nessuno aveva ancora un nome per definire quella terra sconosciuta. Oggi, a distanza di oltre quarant'anni, resta il primo avamposto piantato dell'intera galassia dark: un brano che da solo ha tracciato la rotta, il linguaggio e persino l'iconografia visiva per un intero movimento che sarebbe esploso negli anni immediatamente successivi.
Gli anni dell'esplorazione: teatro, ambiguità, eccesso
Ciò che ha reso i Bauhaus irripetibili non è stata soltanto la scrittura delle canzoni, ma la totalità dell'esperienza da avanguardia costruita attorno ad esse. I concerti erano vere e proprie spedizioni dal vivo, dove il pubblico veniva condotto in territori mai visti prima: Murphy si muoveva sul palco come un esploratore in trance, illuminato spesso da un'unica luce stroboscopica o da controluce che ne facevano risaltare la sagoma ossuta più che il volto, mentre il resto della band tracciava attorno a lui sentieri sonori sempre diversi.
Musicalmente, il quartetto si muoveva con una libertà da avanguardia rara: capace di percorrere sentieri scarni ed essenziali come "Dark Entries", ma anche di spingersi in territori laterali funk-dub con "Kick in the Eye", o di deviare la rotta verso paesaggi completamente diversi, come dimostra la loro celebre cover di "Ziggy Stardust" di Bowie, eseguita con rispetto quasi religioso ma reinventata in chiave interamente loro. Non erano prigionieri di un solo percorso, e proprio questa varietà esplorativa ha reso la loro produzione, nell'arco di appena cinque anni, sorprendentemente ricca per una band spesso ridotta, ingiustamente, alla sola etichetta di "capostipiti del gothic".
La fine, il 1983, e il territorio lasciato in eredità
Come spesso accade alle spedizioni più audaci, i Bauhaus si consumano rapidamente. Tensioni tra i membri, l'ego crescente di un frontman che stava già guardando altrove, l'esaurimento di un gruppo che aveva dato tutto ciò che poteva dare in tempi record: nel 1983 la spedizione si scioglie, lasciando dietro di sé un pugno di album destinati a diventare pietre miliari e un territorio ormai tracciato che altri, negli anni a venire, avrebbero potuto colonizzare in massa, quando il gothic rock sarebbe esploso come fenomeno di club in tutto il mondo, costruito esattamente sulle rotte che loro avevano aperto per primi.
Ash, Haskins e David J non stanno fermi: fondano i Love and Rockets, un progetto più luminoso e psichedelico che li porterà anche a un discreto successo commerciale americano. Murphy intraprende una carriera solista di grande fascino, spesso più vicina all'art-rock che al gothic in senso stretto. Ma il territorio scoperto dai Bauhaus non viene mai abbandonato del tutto: riaffiora nelle reunion sporadiche, nei tour nostalgici, nei tributi di generazioni di band che a quella prima spedizione da Northampton devono, direttamente o indirettamente, l'intera mappa su cui si muovono.
Negli anni successivi il gruppo si è riunito più volte sul finire degli anni 90, a metà dei 2000 con un ritorno anche in studio, e ancora più avanti su alcuni dei palchi festival più prestigiosi del pianeta a testimonianza di un territorio che il tempo non è mai riuscito davvero a far dimenticare, anche quando le uscite discografiche si sono fatte rarissime.
LA DISCOGRAFIA: LE TAPPE DI UNA SPEDIZIONE
In the Flat Field (1980)

L'esordio è il primo avamposto piantato in territorio inesplorato: scarno, spigoloso, quasi ostile nella sua produzione grezza, senza alcun riparo dalle intemperie. "In the Flat Field" suona come un accampamento di fortuna eretto in fretta ai margini di una terra ancora sconosciuta: spazi vuoti, echi lunghi, nessun conforto superfluo. Non c'è ancora la teatralità barocca che caratterizzerà i lavori successivi, ma proprio questa asciuttezza da prima linea lo rende un disco fondativo per l'intera scena post-punk d'ombra. Brani come "Double Dare" o la title track hanno la violenza contenuta di chi avanza senza sapere cosa lo aspetta oltre la prossima collina.
Mask (1981)
Con il secondo capitolo la spedizione si consolida, scopre nuove risorse lungo il cammino, si permette persino qualche momento quasi accogliente in un territorio che comincia a farsi meno ostile, senza però perdere l'inquietudine di fondo. È il disco della maturazione esplorativa, quello in cui si intuisce che i Bauhaus non vogliono fermarsi al primo avamposto ma spingersi oltre, sperimentare nuove rotte, con dinamiche che vanno dal sussurro all'esplosione.
The Sky's Gone Out (1982)

Probabilmente il punto più alto della loro ambizione da esploratori: un disco che guarda al glam, al dub, alla psichedelia, tenendo insieme territori diversissimi con un unico filo conduttore fatto di atmosfera più che di stile. La cover di "Ziggy Stardust" qui trova la sua collocazione ufficiale, come una deviazione della rotta che si rivela perfettamente coerente col resto del viaggio. L'intero lavoro respira un'urgenza quasi febbrile, come se la band sentisse già, inconsciamente, che il tempo per esplorare stava per scadere.
Burning from the Inside (1983)

L'ultimo capitolo della loro prima vita è, non a caso, il più frammentato: realizzato in gran parte senza la piena presenza di Murphy, malato durante buona parte delle registrazioni, il disco si divide tra i contributi degli altri tre membri e regala momenti di grande bellezza dissonante insieme a una sensazione palpabile di spedizione ormai allo stremo delle forze. È un disco che porta dentro di sé, quasi profeticamente, il suono di chi sta per fare dietrofront.
Go Away White (2008)

Registrato durante la reunion dei primi anni 2000 e pubblicato dopo un'ulteriore rottura interna, questo ritorno sul territorio a distanza di venticinque anni sorprende per la sua coerenza: non una gita nostalgica sui luoghi già visti, ma una spedizione che riesce a suonare ancora urgente, ancora capace di quella tensione claustrofobica che era la loro cifra originaria, filtrata però attraverso l'esperienza di esploratori ormai adulti e maturi.
Il racconto di una spedizione
Se si prova a guardare tutta la discografia dei Bauhaus non come una sequenza di album separati, ma come un'unica, lunga spedizione in territorio inesplorato, ciò che emerge è la parabola di un gruppo che ha percorso la propria rotta con una velocità quasi divorante. In appena tre anni, tra il 1980 e il 1983, sono passati da un primo accampamento scheletrico e infreddolito a un'esplosione di paesaggi e contaminazioni nel terzo capitolo, per poi vedere le forze cedere in un ultimo disco febbrile e frammentato, quasi fossero consapevoli, mentre lo registravano, che quella sarebbe stata l'ultima tappa prima del rientro forzato. È una traiettoria che ha la forma di una spedizione lanciata a passo rapido e altrettanto rapidamente esaurita: dal terreno grezzo dell'esordio, al paesaggio compiuto e barocco del terzo album, fino ai segnali di cedimento dell'ultimo lavoro, quando ormai le tensioni interne erano evidenti quanto gli scenari che il gruppo sapeva ancora, nonostante tutto, scoprire in studio.
E poi il silenzio. Un silenzio lungo venticinque anni, rotto solo da reunion dal vivo, prima che "Go Away White" arrivasse a chiudere idealmente il viaggio: non una nuova rotta, ma quasi un'ultima tappa dovuta, la conferma che quel territorio scoperto per primi in una cantina di Northampton non era mai stato davvero abbandonato, semplicemente aveva atteso, paziente come tutto ciò che è gothic per natura, il momento giusto per essere di nuovo attraversato.
Voto finale: 9,5/10

