Il primo imbarco: la partenza dal molo del punk
La nave salpa a Londra nel 1976, con un equipaggio di personaggi che sembrano usciti da un romanzo picaresco più che da un manuale di storia della musica. Dave Vanian, che di lavoro faceva il becchino prima di darsi alla musica, porta alla voce un timbro cupo che già dal primo giorno stona con l'irruenza sguaiata dei suoi compagni: è come se, fin dall'inizio, un piede fosse già sull'altra sponda. Capitan Sensible è l'anima più clownesca e imprevedibile della ciurma, capace di alternare buffonate da avanspettacolo a intuizioni pop sopraffine. Rat Scabies picchia la batteria con una violenza istintiva che diventerà presto leggenda. Brian James, principale timoniere compositivo dei primi tempi, disegna con la sua scrittura asciutta e velocissima la rotta iniziale.
Mentre Sex Pistols e Clash affinano il proprio manifesto ideologico, i Damned semplicemente salpano per primi: nell'ottobre del 1976 pubblicano "New Rose", il primissimo singolo punk britannico, un urlo di due minuti e mezzo che apre le danze a tutto quello che verrà dopo. Pochi mesi più tardi, nel febbraio del 1977, arriva "Damned Damned Damned", il primissimo album punk pubblicato nel Regno Unito: un disco che non concede respiro, prodotto da Nick Lowe con un'urgenza quasi brutale, dove già si intuisce, tra un accordo distorto e l'altro, quella voce baritonale di Vanian che sembra arrivare da un'epoca diversa rispetto a tutto il resto. Non hanno la pazienza di aspettare che il movimento si organizzi attorno a loro: partono, e basta. È un imbarco senza troppa strategia, mosso più dall'urgenza di suonare veloce e forte che da un progetto ideologico. Il secondo capitolo, "Music for Pleasure" (1977), arriva quasi come una prova di navigazione in mare aperto senza bussola sicura: prodotto da Nick Mason dei Pink Floyd, un abbinamento che sulla carta sembra una stranezza e che nei fatti produce un disco più sfuggente, meno immediato, accolto con freddezza dalla critica dell'epoca ma oggi rivalutato come primo, timido segnale che la nave non sarebbe rimasta ancorata per sempre allo stesso molo.
La traversata: quando il traghetto comincia a virare verso l'ombra
Ma un vero traghetto non fa mai una sola tratta, e infatti, mentre il punk delle origini comincia a esaurire la propria spinta tra la fine dei Settanta e l'inizio degli Ottanta, la nave dei Damned comincia visibilmente a virare rotta. Si arricchisce l'equipaggio sonoro: entrano tastiere, arrangiamenti più ariosi e cinematografici, un songwriting che guarda tanto agli anni Sessanta psichedelici quanto a un futuro senza ancora un nome. La voce di Vanian, sempre più simile a quella di un crooner uscito da un film dell'orrore in bianco e nero, diventa il timoniere silenzioso di questa virata: non più solo un cantante punk, ma il traghettatore per eccellenza, colui che sa già dove sta portando la nave anche quando il resto dell'equipaggio è ancora convinto di stare solo esplorando nuove correnti.

Il disco che segna il punto più alto di questa prima, ambiziosa traversata porta il nome di "Machine Gun Etiquette" (1979): un ritorno di fiamma dopo lo scioglimento momentaneo della band, in cui il suono si fa denso e stratificato, quasi progressivo nella sua voglia di sperimentare, e convive con un'ironia tipicamente britannica e con momenti di pura sfrontatezza pop capaci di scalare le classifiche, come dimostra l'irresistibile "Love Song". È la prova che si può attraversare lo stretto tra due mondi senza perdere l'equilibrio, restando irriverenti e raffinati allo stesso tempo.
L'anno successivo arriva "The Black Album" (1980), doppio LP che è già di per sé un manifesto della doppia natura della band: da un lato brani ancora saldamente ancorati all'energia punk, dall'altro l'intera seconda facciata occupata da "Curtain Call", un'unica, lunga suite di oltre diciassette minuti, tanto ambiziosa quanto lontana anni luce dall'ortodossia dei tre accordi. È qui che il traghetto comincia visibilmente a scricchiolare sotto il peso del nuovo carico che si è portato a bordo. Nel mezzo, "Strawberries" (1982) segna una sosta più pop e luminosa nella traversata, con la title track e "Generals" a testimoniare un momento di maggiore accessibilità commerciale, quasi una boccata d'aria prima dell'immersione definitiva nell'oscurità.

Poi arriva l'approdo che ogni appassionato di dark riconosce come sacro: "Phantasmagoria" (1985), la sponda dell'estetica funerea, fatta di organi lugubri, cori spettrali, testi che flirtano con l'occulto e l'immaginario vittoriano del romanzo gotico, incorniciati dal singolo "Grimly Fiendish" e dall'atmosfera cupa di "Shadow of Love". Non è una deviazione improvvisa, ma il naturale punto d'arrivo di una rotta che covava fin dal primo giorno nella figura stessa di Vanian, il becchino prestato al rock and roll. È il disco in cui il traghetto tocca finalmente terra sulla sponda gotica, quella per cui la band verrà ricordata da generazioni di appassionati anche molto dopo aver smesso di essere considerata, in senso stretto, una band punk.
Subito dopo, con "Anything" (1986), un nuovo carico sale a bordo: arrangiamenti d'archi, ambizioni quasi sinfoniche, un senso della melodia che guarda apertamente al pop più elegante, senza mai perdere quella patina di malinconia crepuscolare ormai diventata marchio di fabbrica. È il disco che porta alla band uno dei suoi più grandi successi commerciali grazie alla cover di "Eloise", la dimostrazione che si può scalare le classifiche restando fedeli a un'anima cupa e visionaria. Un'altra prova che il traghetto, ormai, sa muoversi con disinvoltura tra le due sponde.
Le acque agitate: scioglimenti, rotte interrotte, ritorni
Come capita a molte imbarcazioni di lungo corso, la seconda metà degli anni Ottanta e l'intero decennio successivo sono segnati da tempeste interne: scioglimenti temporanei, cambi di equipaggio, progetti paralleli. Vanian e Sensible si separano, intraprendono rotte soliste, si ritrovano più volte, in un andirivieni che avrebbe potuto affondare qualsiasi altra nave. E invece, quasi per un'ostinazione eroica, il nome Damned torna sempre a galla, come se il traghetto non potesse davvero smettere di fare la spola. A metà degli anni Novanta arriva "Not of This Earth" (1995), disco che segna un ritorno di rotta importante verso la sponda più oscura, quasi a voler ribadire, a distanza di un decennio, che quell'approdo gotico non era stato una parentesi ma una vocazione autentica. È un lavoro maturo, consapevole, che dialoga apertamente con l'eredità che la band stessa aveva contribuito a creare nel mondo dark.

Gli anni Duemila portano ulteriori traversate, tra correnti favorevoli e acque più incerte. "Grave Disorder" (2001) segna il ritorno in studio dopo un lungo silenzio discografico, un disco che riannoda i fili tra l'urgenza delle origini e la teatralità oscura conquistata negli anni Ottanta. Sette anni dopo, "So, Who's Paranoid?" (2008) alza ulteriormente l'asticella con un suono più moderno e stratificato, quasi a voler dimostrare che il traghetto può ancora issare vele nuove senza tradire la propria rotta storica. Sono dischi che alternano momenti di grande ispirazione a fasi più altalenanti, ma sempre sorretti da un nucleo duro. Vanian su tutti, che non ha mai smesso di credere nel traghetto come mezzo ancora vitale, e non come relitto da esporre nei tour celebrativi.
L'ultimo tratto di rotta: un equipaggio che invecchia senza ammainare le vele

Ed è qui che la storia dei Damned diventa ancora più affascinante di quanto la cronaca musicale spesso racconti. A differenza di tante band coetanee, ridotte a ripercorrere in eterno la stessa cantilena nostalgica, negli anni Duemiladieci e Venti l'equipaggio trova nuova linfa. "Evil Spirits" (2018), prodotto da Tony Visconti che è lo stesso che aveva lavorato con Bowie e T. Rex, è un disco che sorprende per vigore e lucidità compositiva, la prova che la band può ancora prendere il largo con decisione.

Cinque anni più tardi, "Darkadelic" (2023) chiude, almeno per ora, questa lunga traversata con un lavoro che fonde psichedelia, ombre gotiche ed energia punk in un unico, coerente equipaggio sonoro: non un ripiegamento sul passato, ma l'ennesima riprova che il traghetto non ha mai smesso di navigare. Sono dischi che non si limitano a rievocare gli antichi approdi ma che dialogano con correnti sonore contemporanee, restando comunque fedeli alla rotta originaria. È un caso raro di nave storica che, invece di arenarsi in un museo galleggiante di se stessa, continua a solcare acque nuove, con Vanian sempre più simile a un nocchiero senza tempo, una sorta di Conte Dracula del rock britannico che sfida gli anni con la stessa flemma con cui affrontava le tempeste punk quarant'anni prima.
Il porto d'arrivo: un'eredità impossibile da ignorare
Guardando indietro a tutta questa traversata, colpisce soprattutto una cosa: quanto i Damned abbiano trasportato, spesso in modo sotterraneo e non sempre riconosciuto, l'intera estetica del gotico musicale che sarebbe esploso negli anni Ottanta con band come Sisters of Mercy, Fields of the Nephilim o Christian Death. Molto prima che il termine "gothic rock" diventasse un'etichetta, i Damned avevano già trasportato da una riva all'altra l'iconografia visiva con il trucco pallido, l'abbigliamento vittoriano, l'atmosfera da cimitero, le sonorità degli organi lugubri, atmosfere teatrali, un cantato baritonale e crepuscolare, che sarebbe diventata il codice condiviso di un intero movimento.
Sono stati, in un certo senso, i traghettatori involontari di un intero immaginario, quelli che hanno reso possibile il passaggio per tutti gli altri che sarebbero venuti dopo, spesso con più consapevolezza teorica, ma raramente con altrettanta autenticità istintiva. Perché i Damned, va detto con chiarezza, non hanno mai davvero scelto una sponda definitiva: hanno scelto di restare per sempre in mezzo allo stretto, a fare la spola, fedeli tanto all'urgenza ribelle del punk quanto al fascino tenebroso del gothic, senza mai tradire nessuna delle due.
Oggi, a distanza di quasi cinquant'anni da quel primo, storico imbarco, i Damned restano un unicum nella storia della musica: la band che ha inventato il punk britannico su disco, e che ha poi, quasi per gioco, traghettato buona parte del linguaggio visivo ed emotivo del gotico che sarebbe venuto dopo verso rive che nessuno aveva ancora esplorato. Pochi gruppi possono vantare un'eredità doppia così ingombrante, e ancora meno hanno saputo portarla con la stessa leggerezza, la stessa ironia, e la stessa, incrollabile, oscura eleganza.
Voto: 9/10

