
Gli appassionati di letteratura di genere, e ancora di più gli amanti del weird, sono abituati ormai a sentire come un mantra il mondo editoriale e letterario etichettare questo genere come letteratura popolare, di consumo e di serie B.
Perciò quando sentii, ormai un anno fa, che una casa editrice importante e impegnata come Bompiani intendeva pubblicare un'antologia che andasse a sfatare questo pregiudizio nel grande pubblico e magari anche in qualche addetto ai lavori, andando a coniugare (parole dei curatori Edoardo Rialti e Dario Valentini) una mutazione che fugge da categorie e definizioni e una tensione espressiva libera e imprevedibile come quella della poesia per lanciare sfide tematiche e stilistiche (ho parafrasato, ma il succo è questo), sono subito corso a recuperare questo volume, che sono riuscito a leggere proprio in questi giorni.
Ma saranno riusciti i venti autori degli altrettanti racconti selezionati a creare una letteratura weird, anzi, un novo sconcertante italico, di livello che possa al tempo stesso esporre pulsioni e tensioni nazionali andando a rivaleggiare con i mostri sacri internazionali?

Per gli amanti del fantastico il nome di Valerio Evangelisti non sarà nuovo: dalla fantascienza all'horror infatti questo autore ha spaziato per molti di quei generi ritenuti di nicchia o di serie B prima di giungere al successo commerciale e di critica che anche ora, ad alcuni anni dalla sua scomparsa, non accenna a scemare.
Per tutti gli amanti della letteratura speculativa lui è stato, per parecchi anni, un faro a cui guardare: uno dei pochi autori italiani di genere a essere riuscito a valicare il confine nazionale e riuscire a vivere con i diritti delle sue opere, diventando uno scrittore (di genere) a tempo pieno.
Quello di cui parlo oggi è, per me, il primo romanzo di questo grande autore, ma l'ottavo della sua saga più famosa, ossia quella che vede come protagonista l'Inquisitore Nicolas Eymerich (la saga è fortunatamente composta di romanzi autoconclusivi legati tra di loro solo dal protagonista e pochi e marginali rimandi secondari).
In questa storia, che vede intrecciarsi il romanzo storico, la fantascienza e il giallo classico, il nostro domenicano dovrà affrontare gli oscuri segreti del Castello di Montiel: tra la Cabala, nobili fratelli che guerreggiano per il trono di Castiglia e segreti oscuri, il nostro inquisitore dovrà cavarsela anche dalle grinfie del più temuto dei peccati: l'amore di una donna.

Ormai il nome di G.R.R. Martin è legato a doppio filo alla sua produzione fantasy, avente come gioiello della corona la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (Game of thrones, in soldoni).
Rimane però spesso nascosta e misconosciuta la produzione precedente di questo autore, che anche se non avesse scritto il capolavoro incompiuto (per ora, ma forse per sempre) che è la storia di Westeros, con i suoi racconti e romanzi di fantascienza e dell'orrore si sarebbe comunque conquistato un posto nel pantheon degli autori di genere più apprezzati del secondo '900.
Di questa produzione, che dal romanzo di esordio Dyiling of the Light (La luce morente) del 1977 fino al qui presente Armageddon rag del 1983, proprio quest'ultimo si è rivelato il più grande incidente della carriera dello scrittore del New Jersey.
Questo romanzo, infatti, in cui l'autore, il suo editor e la casa editrice avevano puntato in modo consistente e senza badare a spese (tanto che con l'anticipo il buon Martin si riuscì a comprare, in contanti, una casa) fu un flop di vendite clamoroso, tanto che per i successivi dieci anni nessun'altra casa editrice accettò i suoi lavori; infatti la pubblicazione di opere inedite dell'autore ripartì solo nel 1996 con il primo volume delle Cronache, Un gioco di troni.
Ma di cosa parlerà mai questo romanzo, che quasi riuscì a mandare all'aria la carriera di uno dei romanzieri più apprezzati e amati della nostra epoca?

Un libro nasce sempre da un altro libro.
E così come i racconti di Lovecraft nascono dalla follia di Abdul Alhazred riversata nel Necronomicon, così le storie di Luigi Musolino prendono il la dagli studi sui Necromilieus ad opera di Enrico Bedolis nel suo perduto (o forse solo smarrito?) Scienza dei Necromilieus.
Anche se la tradizione degli pseudobiblia si è ormai consolidata al punto da essersi ridotta quasi a vuoto cliché letterario (il manoscritto immaginario è presente persino nel primo romanzo di lingua italiana, I Promessi Sposi), il fatto che attraverso la conoscenza si raggiunga la follia è invenzione propria della letteratura dell'orrore, per cui una sua reinterpretazione appare contemporaneamente sia come un omaggio ai grandi autori del passato che volontà di aggiungere un mattoncino alla storia della letteratura orrorifica.
In questa operazione Musolino fa sfoggio di cultura e inventiva non comuni, perché la sua creazione nella creazione non è un testo esoterico, o almeno non del tutto: infatti lo studio di Bedolis si pone a metà strada tra un trattato esoterico e un vero e proprio studio scientifico, andando a rappresentare e spiegare dei luoghi che, appestati dai sentimenti negativi delle persone, diventano dei buchi neri che distorcono la realtà facendole assumere forme e colori impossibili. Strani.
Inoltre il fatto che tutte le storie della raccolta siano ambientate a Torino (la città più esoterica d'Italia) o in zone rurali limitrofe ne aumenta la carica angosciante, perché questo dettaglio, sempre taciuto dall'autore ma urlato silentemente dalle pagine del libro, non può che far riflettere con un brivido d'orrore e d'eccitazione il lettore appassionato di questo genere di letteratura.
Ma questo è solo il coperchio del Vaso di Pandora. Una cerniera che, una volta aperta, porterà il lettore in un universo simile al nostro eppure profondamente diverso, in cui tutta la meraviglia dell'impossibile e del fantastico ha fame di carne e terrori umani, in un'escalation di follia e paranoia raramente riscontrabile in altre raccolte dello stesso genere.

Chiunque ami le pagine del grande Solitario di Providence sa benissimo che proprio nei lavori di questo eccezionale scrittore è nato il germe di un nuovo modo di concepire la letteratura fantastica, un approccio che poco o nulla ha a che vedere con il bene che prevale sempre sul male cara alla canonicità tolkeniana; negli scritti di Lovecraft il bene è un lumino che balugina faticosamente, sballottato da venti e sospiri provenienti da luoghi e creature la cui sola percezione induce gli esseri umani alla follia.
Ma è davvero questo il fulcro della letteratura che, partendo proprio da H. P. Lovecraft, verrà ribattezzata come Weird? Oppure questa è solo l'interpretazione di uno dei suoi autori più eminenti, che quindi ha scelto e ampliato alcune tematiche a lui più affini tralasciandone altre?
E che cos'è il weird: un genere? Un modo letterario? Oppure un ibrido di più generi narrativi che a volte somiglia più al fantastico, a volte alla fantascienza e altre invece indugia più nell'horror?
Quanto è importante lo straniamento in questo (è il caso di dirlo) impasse letterario? E il perturbante che ruolo ha in tutto ciò? Può esiste un weird privo di questi contenuti cupi e angoscianti?
Proprio a queste e a molte altre domande Francesco Corigliano ha cercato di rispondere nelle pagine di questo saggio.

Maya è appena entrata nella sala interrogatori della polizia. Maya è stata salvata poche ore fa dal suo carceriere, ma non sembra né spaventata, né traumatizzata.
Maya sta nascondendo qualcosa.
Queste sono le informazioni che le prime pagine di questo thriller ci trasmette: è stato scoperto il covo di un rapitore, stupratore e assassino noto come il Giardiniere e, tra le sue Farfalle, quella che sembra saper guidare il gruppo e tenere meglio i nervi saldi è proprio Maya.
Almeno, questo è il nome che le diede il Giardiniere dopo averla marchiata, ma qual'è il suo vero nome?
Durante l'interrogatorio l'investigatore Victor Hanoverian scopre che prima di essere rapita la ragazza si faceva chiamare Inara Morrissey; ma sarà davvero questo il suo nome? Oppure è solo l'ennesima maschera che la ragazza ha assunto per poter lavorare in un locale newyorkese da minorenne?
E perché Maya/Inara avrebbe lasciato la sua famiglia, la sua casa e la sua vita per trasferirsi a New York e coabitare con sette sconosciute in un enorme monolocale?
Il bello di questo libro è che più lo si legge e più enigmi vengono aperti; enigmi che si sciolgono piano piano grazie alla viva voce della protagonista che racconta la storia della sua vita alternando gli eventi accaduti nel Giardino (questo è il nome che le ragazze diedero al luogo della loro prigionia) e la sua vita passata, una vita piena di dolore, solitudine e abbandono già prima del rapimento.
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