
Evocati gli spiriti inquieti di una ipotetica Jukai europea con l'Ep Waldgeist, i tedeschi Nadine e Pedro Engel, già distintisi in Aengeldust e Acylum, perseverano nel loro Opus Magnum e, non senza una manciata di empia gioia, consegnano alle fiamme delle loro fornaci alchemiche gli agenti di sonorità musicali quasi divergenti, proseguendo con quello che essi stessi definiranno poi, più avanti nel tempo, il loro proponimento più intimo.
Le irradiazioni di questa creazione, antitetica già nello scontro dei monicker, ci raggiungono direttamente attraverso le nebbie di epoche immemori e prendono corpo nel nigredo che tinge le dodici tracce di questo primo full-length. Inizialmente i tratti somatici di Forgotten Time si distinguono appena dall'ombra di cui è ammantato. Ma mentre la caligine di Violence Needs A Cause si insinua come una tetra antifona in un aere già saturo di fumi distorti, distinguiamo in primis la minuta tessitura delle partiture. L'ipnosi esercitata dalla flemmatica sezione percussiva viene presto sovrastata dal ribollire di un calderone di bassi pulsanti. Non tarda una concisa quanto agghiacciante dichiarazione di intenti a precedere a mo' di monito una delle formule più gradite e ricorrenti di quest'album. Riproposta la sempre valida Walgeist, la nenia di Hexe è guidata dalla preghiera di Nadine che si insinua con grazia attraverso un intreccio discordante di melodie melliflue spezzate dal supplizio di campioni strazianti. Warrior è al contempo cerimonia liturgica ed esortazione a un conflitto che è già stato consegnato alla gelida cronistoria a guisa di disfatta, parole su annali insanguinati che il silenzio della memoria metterà a tacere definitivamente con la maledizione dell'oblio scagliata nella successiva title track.

Dopo l'apripista Ghost Dance, singolo ammaliante pubblicato a metà dello scorso anno, gli ateniesi Siva Six tornano a diffondere il loro martellante culto di morte.
In DeathCult il duo rielabora e porta avanti i passi della danza macabra già messa in scena nei loro precedenti album, ovvero un flusso di coscienza fatto di liriche truci su violente pulsazioni digitali, crudi campioni vocali estrapolati da cronache nerissime, l'impietosa e onnipresente frenesia del beat meccanico e partiture sinuose pronte a squarciarsi come ferite in aperture musicali evanescenti, all'occasione oniriche, ossessionanti, generalmente funeste.
In questa catabasi, vera e propria discesa nei meandri più oscuri dell'animo umano, Z (Vocals) e U-Ri (Keyboards & Samples) fruiscono del supporto logistico di Dinos "Psychon" Prassas, producer che alla console forgia un mastering finale grosso, più definito rispetto al passato e adeguato all'attuale potenza tellurica del duo.

Partiamo con una premessa per contestualizzare e fare capire l’importanza di Teatro Satanico nel (sommerso) panorama musicale italiano: l’Industrial è un genere che non fa della ballabilità la sua qualità di punta. I suoi ritmi acidi, fruscianti, ruvidi e morbidi ma spesso reiterati sino allo sfinimento lo collocano forse più verso l’attenzione per i testi che per le note in sé.
Dieci minuti di ripetizioni con variazioni minime sono un ascolto ostico anche per chi è avvezzo al diverso in generale e di certo un testo (possibilmente non banale) aiuta l’ascoltatore ad arrivare in fondo al brano.
E qui arriviamo proprio al caso di Fatwa, lavoro in 10+1 tracce di Teatro Satanico ovvero il progetto di uno dei personaggi principali della scena Industrial nostrana: il veneto Devis DeviLs Granziera (almeno come si fa chiamare in questa uscita, dato che il suo nome varia tanto quanto la sua musica).
Per dare subito l’idea di cosa stiamo parlando si potrebbe dire che i Teatro Satanico stiano all’Industrial (europeo, non solo italiano, anche perché la scena si dipana soprattutto nel vecchio continente) come i Beatles al Rock. Come potrete però ben immaginare, il problema è che l’Industial è un tipo di musica che non si filano in molti a paragone del genere dei quattro scarafaggi di Liverpool and company, quindi le proporzioni non giocano di certo a favore dei nostri.

Quando la propria carriera musicale è stata sempre improntata sulla perfezione maniacale degli arrangiamenti e l’eleganza delle melodie, 16 anni di scioglimento e silenzio possono passare in un lampo appena c’è l’album del ritorno.
Ma questo non sempre è un bene.
I Dead Can Dance, ovvero il duo anglo-australiano costituito dal polistrumentista Brendan Perry e dalla voce inconfondibile di Lisa Gerrard, tornarono nel 2012 con Anastasis, ancora una volta su altissimi livelli. Ma la formula non sembrava si fosse evoluta: i Dead Can Dance propongono tuttora musica sognante e a tratti improvvisamente violenta, sono passati dal Gothic mortifero degli inizi alla più libera World Music citando atmosfere latine, africane, mediterranee, europee, greche tra le altre.

I Dark Door sono un progetto che avevo già avuto il piacere di conoscere, mi avevano incantato con l'album "Abracadabra" e quando ho saputo, qualche mese fa, che era uscito il loro secondo album "Inferno" non ho potuto che decidere di ascoltarlo... immaginandomi le atmosfere che mi si sarebbero presentate ho aspettato il momento giusto, una notte di fine estate, una notte di luna crescente e di rinascita, in cui, nonostante l'aria sia ancora calda, si può già sentite distintamente l'odore dell'autunno che sta arrivando in tutta la sua prorompente e splendida malinconia.
Sono in penombra, mi metto le cuffie e chiudo gli occhi. Vi assicuro che non è facile tradurre in parole quello ho provato ascoltando questi dieci brani di un impatto e di una drammaticità a tratti quasi esasperata, tutti cantati in Italiani.
Per gli amanti del Dark questo album è una deliziosa rarità in questi tempi "moderni".
Un album dalle tinte principalmente synthwave, in cui la voce profonda e baritonale del bravissimo Mario fa da indiscussa padrona.

E' strano, ma ognuno di noi nella propria vita tocca un apice. Una volta raggiunto, non può che scendere. Nessuno però sa dove sia il proprio apice. La linea di confine può presentarsi all'improvviso, quando si crede di essere ancora la sicuro. Nessuno lo sa. Alcuni possono raggiungere quel culmine a dodici anni. Da quel momento in poi la loro vita scorrerà nel più monotono tran tran. Alcuni continuano a salire fino alla morte. C'è chi muore nel suo massimo splendore. Molti poeti e musicisti hanno vissuto in modo febbrile e sono morti a trent'anni per aver bruciato traguardi troppo in fretta. Picasso a ottant'anni passati realizzava ancora quadri pieni di vigore, ed è morto serenamente senza sperimentare il declino. E' impossibile conoscere il proprio destino senza averlo percorso fino in fondo. (Haruki Murakami)
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