Musicalmente, il disco apre con "In-Absentia", un ingresso che non concede sconti: basso in evidenza, chitarre che si rincorrono in un arpeggio ansiogeno, e la voce di Andres D'Souza che si muove fra il baritono glaciale alla Ian Curtis e improvvise aperture melodiche più debitrici al gothic rock britannico degli anni Ottanta. "Wither" e "Nerv" proseguono su questo binario, con synth che si insinuano sempre più in profondità nel tessuto delle canzoni, senza però mai prendere il sopravvento sulla componente chitarristica, che resta il vero centro gravitazionale del suono Hangwire. È con "The Fall", già anticipata come singolo, che il disco trova forse il suo momento più immediatamente riconoscibile: un ritornello che si pianta in testa con la stessa ostinazione di certe hit dark-wave contemporanee, sorretto da un lavoro di chitarra riverberata che profuma apertamente di post-punk classico senza risultare mai citazionista fine a se stesso.
Il cuore del disco, però, sta forse nei momenti più sperimentali e meno immediati: "Ondas Atlánticas" introduce sonorità quasi cinematiche, con field recording e un incedere più dilatato che spezza la struttura canzone-ritornello dominante altrove, mentre "The Trial" costruisce una tensione quasi teatrale, con la voce di D'Souza che si sdoppia fra un registro recitato e uno cantato. "Void Syndrome" e "Caught in a Fever Dream" tornano su territori più orecchiabili, ma lo fanno portando dentro le canzoni un'inquietudine testuale con la ricorrenza di immagini di dissoluzione dell'identità, di anonimato, di corpi e nomi che si perdono e che dà pienamente ragione al titolo dell'intera opera: un'elegia, appunto, per chi non ha più un nome da rivendicare.
Le "rearranged version" inserite nella seconda metà del disco funzionano meglio del previsto: invece di risultare un riempitivo, offrono un termine di paragone diretto con la scrittura più matura del gruppo, mostrando quanto la band sia cresciuta sul piano della produzione e dell'arrangiamento nel giro di pochi anni. Il disco si chiude con "Oblivion We Shall Be", title track implicita di un final statement che riassume bene l'ambizione dell'intero lavoro: un gruppo che non si accontenta più di essere "un'ottima nuova band nel solco del post-punk revival", ma che comincia a costruire un'identità sonora riconoscibile, capace di reggere un disco lungo, ambizioso e a tratti persino esigente nei confronti dell'ascoltatore.
Non tutto funziona con la stessa efficacia e la lunghezza complessiva del lavoro, unita alla scelta di alternare inediti e rielaborazioni, rischia in alcuni tratti centrali di diluire la tensione emotiva accumulata nei primi brani, ma nel complesso Eulogy for the Nameless conferma gli Hangwire come una delle proposte più solide dell'attuale scuderia Artoffact, capace di parlare sia a chi cerca l'immediatezza di un ritornello dark-wave ben scritto, sia a chi preferisce un post-punk più stratificato e cinematico.
Tracklist:
- In-Absentia
- Wither
- Nerv
- The Fall
- June
- Ondas Atlánticas
- The Trial
- The Absurd (Rearranged)
- Void Syndrome
- Caught in a Fever Dream
- The Collector (Rearranged)
- Farewell Song (Rearranged)
- Day One
- Thorn on Your Side
- Dosage
- Orchid
- Decay
- Oblivion We Shall Be
Voto:7,5/10

