Nosferatu
Incerta è l'etimologia di questa parola, anche se è probabile che abbia ascendenza rumena. Significa “il non morto” e compare per la prima volta nel diciannovesimo secolo, in alcuni studi in inglese e tedesco che parlano di leggende transilvane, in particolare quelle legate al vampirismo. Molto probabilmente questi testi furono alla base degli studi di Abraham (meglio noto come Bram) Stoker, per il suo famosissimo romanzo Dracula del 1897. Nel romanzo dello scrittore irlandese, Nosferatu è il vampiro, un essere mostruoso, disumano e assetato di sangue nel quale si trasformano, dopo la morte, tutti coloro che sono stati morsi da un altro Nosferatu.
In realtà, nel testo fondamentale del 1885 di Emily Gerard (The land beyond the forest) secondo la leggenda transilvana, i vampiri potevano essere di due tipi: quelli vivi e quelli morti, o meglio non-morti. I primi sono i figli illegittimi nati da genitori illegittimi, i secondi sono le persone che in vita sono state morse da un vampiro. Essi, a loro volta, dopo la morte si risvegliano in forma di vampiri immortali. Non sono morti, ma non sono neppure vivi. Sono rifiutati da entrambi i mondi, appartenendo a entrambi e a nessuno dei due. Condannati a un'eternità di non-vita e non-morte.
In quanto già morto quindi, il nosferatu non può essere ucciso. La leggenda infatti ricorda come l'unico modo per annientarlo sia trapassargli il cuore con un paletto di frassino, mozzargli la testa e riempire la bocca di aglio, infine bruciare il suo cuore. Solo così la sua anima troverò la pace e passerà definitivamente nel mondo dell'aldilà. Un rituale senz'altro molto cruento e complesso, che richiede un certo coraggio. Prima però di ucciderlo, il nosferatu occorre individuarlo...
Nosferatu – Una sinfonia di orrori: la trama, i protagonisti
Wisborg, Germania, 1838. Il giovane agente immobiliare Hutter sta partendo per un lungo viaggio. È diretto in Transilvania dove lo attende un potenziale, ricco cliente in cerca di una casa proprio a Wisborg. Il conte Orlok, questo è il suo nome, ha infatti contattato l'agente tramite il suo principale, il signor Knock, che però, subito dopo la partenza del collaboratore inizia a manifestare strani comportamenti e viene internato in una clinica per malati mentali. In realtà, è controllato a distanza dal conte.
Il viaggio è lungo e pericoloso e la moglie Ellen ha tentato di dissuadere Hutter dal farlo. Infatti, da giorni ha strani presentimenti, come di un pericolo imminente legato a questo viaggio. Malgrado tutto, il giovane agente immobiliare decide di partire alla volta dei Carpazi.
Una volta giunto nei pressi del castello di Orlok, Hutter si rende conto che una strana paura prende gli abitanti del luogo al solo sentir nominare il conte. Pare infatti, che questi sia maledetto e possa contagiare la propria maledizione a chiunque gli si avvicini. Così, quando Hutter prende la diligenza per percorrere l'ultimo tratto di strada che lo separa dalla meta, il cocchiere rifiuta di proseguire oltre un certo punto e, respingendo qualsiasi offerta di ricompensa, preferisce farlo scendere con tutto il bagaglio. È solo grazie al provvidenziale passaggio offerto da una carrozza bardata di nero, che sbuca all'improvviso da una selva, che Hutter riesce a proseguire e arrivare nel cortile del castello.
Il conte si rivela degno della sua fama sinistra. Alto e allampanato, naso adunco e sguardo allucinato, grandi occhiaie, lunghi incisivi appuntiti e dita artigliate. I suoi modi sono gentili ma inquietanti come il castello nel quale vive da solo. Lo ha accolto di notte e pare attivo solo con le tenebre. Di giorno invece, il luogo resta deserto e Hutter vaga solitario, per le stanze e nei terrazzi che si affacciano su una natura selvaggia e incontaminata. Passa il tempo a scrivere all'adorata moglie, tra saluti e lamentele per gli insetti, quelli che forse gli hanno procurato quei due curiosi segni sul collo. Non vuole credere alle strane cose lette su un libro che aveva trovato alla locanda sere prima. Vi si parlava di un Nosferatu, un non-morto, che irretisce le sue vittime per succhiare loro il sangue. Passa le ore diurne in bare ripiene di terra infettata dalla peste nera, dalle quali esce solo di notte, per cacciare.
No, Hutter non crede a queste superstizioni, e del resto, le persone del posto sono tutti contadini, ignoranti e creduloni... Questo pensa Hutter fino a quando, un giorno, trova in una cripta un sarcofago e si accorge che dentro vi giace il conte Orlok, in uno stato di catalessi. La sera poi, scorge lo stesso conte caricare su un carro delle casse ripiene di terra, adagiarsi in una di queste e chiudere il coperchio. Poi il carro parte, lasciando il giovane solo nel castello, prigioniero senza carcerieri, mentre quello che riconosce come il Nosferatu del libro sta andando verso la sua nuova casa, a Wisborg. Preoccupato che possa portare dolore e morte, Hutter riesce a uscire dalla finestra e malgrado la febbre che lo consuma, intraprende da solo il lungo viaggio che lo riporterà a casa, sperando di precedere il vampiro che nel frattempo si è imbarcato per la Germania.
Intanto, lungo il percorso del conte, si iniziano a diffondere focolai di peste. Nessuno sa come sia possibile, ma dai giornali si apprende che le vittime presentano due piccoli segni sul collo.
Sulla nave che trasporta le bare, piene di terra e ratti, la morte inizia a mietere vittime anche tra i membri dell'equipaggio, mentre uno strano passeggero clandestino viene visto aggirarsi misteriosamente sotto coperta. Il capitano, ultimo sopravvissuto, riuscirà a portare la nave al porto di Wisborg, legandosi al timone. Ma giungerà morto anche lui, su una nave ormai fantasma, carica di terra infetta.
Troppo tardi le autorità cittadine si accorgono che il capitano è morto di peste e invano cercano di mettere la popolazione al riparo: il morbo inizia ben presto a diffondersi e uccidere.
Anche Hutter arriva troppo tardi: infatti, Orlok lo ha preceduto il tempo necessario per potersi insediare nella casa appena acquistata, proprio di fronte a quella di Hutter. E da qui inizia a spiare la sua prossima vittima: la giovane Ellen, moglie di Hutter.
Sarà proprio Ellen invece, a sconfiggere il conte. Studiando il diario del marito e quel libro rimasto nella sua borsa, trova una profezia che la induce a una decisione estrema: sacrificarsi per il bene della città. Si offre quindi al vampiro che così, preso dal succhiarle il sangue, non si accorge del passare del tempo. L'alba lo sorprenderà chino sulla donna ormai moribonda, e la luce del sole lo annienterà. Ellen non sopravvive, ma la peste immediatamente libera Wisborg e anche Hutter si affranca dalla maledizione che gravava su di lui dopo il morso di Orlok.
Una piccola casa di produzione
Il film fu prodotto da una piccola casa cinematografica, la Prana-Film. Fondata nel 1921 da Enrico Dieckman e dall'occultista Albin Grau, aveva l'intento di produrre pellicole a tematica soprannaturale. In particolare, l'idea di un film sui vampiri era sorta a Grau nell'inverno del 1916, quando un contadino serbo gli aveva confidato che suo padre era un vampiro e un non-morto. L'incarico di sceneggiare il soggetto di Stoker fu affidato a Henrik Galeen, non nuovo di questo genere, mentre la regia fu data a Friederich Murnau.
Le riprese iniziarono nell'estate del 1921 e previdero diversi trasferimenti. Il budget fu piuttosto ristretto, per cui tutto il film fu girato con una sola camera e fu approntato un solo negativo. Durante le lavorazioni poi, un alone di leggenda iniziò a circolare intorno all'attore scelto per interpretare Orlok. Max Schreck (in tedesco il cognome significa “spavento”) era un uomo schivo e solitario, dai modi singolari. Di lui si diceva che si credesse o persino che fosse un vampiro. Sui retroscena della lavorazione di Nosferatu è stato girato un film (L'ombra del vampiro, regia di E. Elias Mehrige, 2000) in cui John Malkovich interpreta Murnau e Willem Dafoe recita la parte di Max Schreck.
La sera del 4 marzo 1922, presso il Giardino Zoologico di Berlino si ebbe la prima assoluta. La serata venne intitolata Das Fest des Nosferatu (Il Festival di Nosferatu) e gli invitati dovevano indossare abiti Biedermeier, conformandosi ai costumi dei personaggi nel film.
La Prima ufficiale a livello nazionale si ebbe invece undici giorni dopo, sempre a Berlino, ma presso il cinema Primus-Palast. Poco tempo dopo comparve la pubblicità sulla rivista Bühne und Film, con fotografie e dettagli su trama e produzione, oltre a un saggio sul vampirismo di Albin Grau. Era evidente che per promuovere questa pellicola si volevano fare le cose in grande. E in effetti, molto si era investito anche sulla sua realizzazione che, pur con budget ristretti, era stata molto curata e in un certo senso, era stata innovativa.
Un film espressionista
Una peculiarità del film è l'essere stato girato in buona parte in ambienti esterni. Poiché le pellicole erano ancora poco sensibili, era consuetudine realizzare le scenografie e le ambientazioni in studio, e girare le scene in ambienti al chiuso. In Nosferatu però, come del resto anche nel romanzo di Stoker, l'importanza delle ambientazioni naturali è fortissima. Il contrasto tra la primitiva Transilvania, patria del conte, e la civilizzata Europa deve risaltare anche nei paesaggi, per sottolineare il carattere ancestrale della paura del vampiro, figura sorta improvvisamente da un passato culturale oscuro e misterioso, che ancora sopravvive negli angoli più remoti dello stesso continente, come sepolta in un subconscio collettivo.
Il pericolo viene da est e secondo alcune interpretazioni simboleggia lo strisciante antisemitismo che non ha mai abbandonato la nazione tedesca, ma che di lì a non molti anni troverà la propria tragica apoteosi nel regime e nella propaganda nazisti. Alcuni critici vedono nella figura del vampiro il prototipo dell'ebreo, come descritto dalla propaganda antisemita non solo novecentesca: basterebbe osservare un quadro di Cranach il Vecchio, o di Dürer, per vedere che questi tratti sono presenti nell'immaginario della cultura germanica già nel Rinascimento: grande naso adunco, o schiacciato, occhiaie, sguardo dilatato.
Il contesto nel quale il film fu girato è quello della Repubblica di Weimar, periodo caratterizzato anche in Germania, da una fortissima instabilità politica, sociale ed economica. Il mondo intero era appena uscito dal tunnel una guerra sanguinosa e logorante che per la prima volta nella storia aveva coinvolto tutti i continenti, seppure in modi e misure diverse. L'Europa, con l'eterna questione balcanica, ne era stata il centro nevralgico e ne stava pagando le conseguenze maggiori. Le nazioni sconfitte, Impero Austro Ungarico e Germania in primis, erano state costrette a pagare i danni di guerra e avevano subito l'umiliazione di un trattato di pace volto a schiacciarle. Non bastasse, una diffusissima epidemia (si parlò di pandemia) di influenza Spagnola aveva decimato una popolazione già impoverita e indebolita dalla guerra e dalle restrizioni collegate ad essa. Un rincaro di prezzi senza precedenti aveva poi colpito la Germania che nel frattempo si era scrollata dalle spalle il secondo Reich e aveva introdotto, per la prima volta nella propria storia, la repubblica. Guerra e malattia, ristrettezze economiche e un malcontento crescente e sempre più evidente: il clima sociale non poteva essere più esplosivo. Una vera e propria bomba a orologeria che scoppierà di lì a breve, quando il malcontento della popolazione sarà catalizzato dal neonato partito nazionalsocialista, al cui comando si pose ben presto un giovane Adolf Hitler.
Se colleghiamo il film al suo contesto, non sarà difficile vedere nella pestilenza causata dal vampiro un'eco della recente pandemia di Spagnola. È probabile che nell'immaginario collettivo questa avesse riportato alla mente le terribili pestilenze che avevano investito l'Europa, a partire dal Trecento. Anche la peste del 1348 (quella descritta da Boccaccio) ebbe forse origine in oriente, quando in Crimea, i Mongoli avrebbero catapultato cadaveri di appestati su alcune navi genovesi, contaminando l'intero equipaggio.
Dall'oriente viene la malattia, nella storia così come nel film. Il parallelismo tra Orlok e il morbo è evidente. Infatti, il maggior vettore del contagio della peste è un parassita della pulce dei topi. Le casse di terra che accompagnano il conte sono piene anche di ratti e se osserviamo bene, lo stesso Orlok sembra un enorme, orribile roditore, coi suoi incisivi appuntiti come aghi (non i canini) e le sue grandi orecchie.

L'arte durante la Repubblica di Weimar trovò nella corrente espressionista il proprio linguaggio d'elezione. Connotato da inquietudine e malessere, impegnato e schierato politicamente, l'Espressionismo tedesco aveva trovato prima della guerra nel movimento pittorico Die Brücke e ancor più, dopo il conflitto, in Nuova Oggettività, le caratteristiche che vediamo anche nella filmografia degli anni Dieci e Venti del Novecento: scenografie contorte e caratterizzate da linee spezzate, personaggi dalle maschere orribili e dai ghigni esasperati sono solo alcuni esempi. Unica differenza tra il cinema e la pittura è l'uso dei colori, che nella seconda sono violenti e carichi, connotati emotivamente. La pellicola a colori non era stata inventata, per cui gli stessi effetti, nel cinema, sono stati raggiunti attraverso un sapiente rapporto di luci e ombre, in un bianco e nero carico di contrasti. Anche qui però possiamo trovare precedenti artistici, nelle xilografie che costituirono parte integrante della produzione di Die Brücke. Queste incisioni infatti sono prive del chiaroscuro, presentano invece incisioni che scavano il legno come profonde ferite, creando coni d'ombra e schiarite improvvise, entrambe racchiuse da segni netti e taglienti.
D'altra parte, la settima arte poteva già allora contare su un linguaggio proprio, fatto anche di alcuni effetti speciali che possiamo vedere utilizzati sapientemente anche in Nosferatu. Ad esempio la dissolvenza, che fu utilizzata sia per mostrare la capacità di Orlok di passare attraverso muri e porte chiuse, sia ancor più importante, per rappresentare la morte del conte, restando nel budget ristretto del film. In questo caso infatti, Murnau intervenne direttamente sul copione e inventò il fatto che il vampiro si dissolva alla luce. Per la scena perciò, fu sufficiente aggiungere una dissolvenza e il gioco fu fatto, senza dover ricorrere a costosi effetti legati al rituale sanguinario di eliminazione del vampiro. Altri effetti usati nel film sono l'accelerazione del movimento, ad esempio nella sequenza in cui la carrozza del vampiro giunge per trasportare Hutter appiedato. Quando poi la vettura attraversa un bosco maledetto, questo viene reso più inquietante dalla solarizzazione. Per rappresentare il movimento spontaneo di alcuni oggetti, come ad esempio il coperchio della bara in cui il conte si fa trasportare fuori dal castello, è stato utilizzato lo stop motion. Per non parlare delle inquadrature di sghembo, dal basso, o dell'ombra del vampiro che nelle ultime scene, mentre si avvicina alla stanza di Ellen, diventa un personaggio a se stante, persino più materico e tangibile dello stesso corpo del mostro di cui è la proiezione.
Una trasposizione non autorizzata
L'adattamento del soggetto dal romanzo Dracula di Bram Stoker (1897) fu affidato come visto, a Henrik Galeen. Dal momento che la Produzione non aveva acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica, lo sceneggiatore fu costretto a modificare il titolo, la trama, i nomi e i luoghi della vicenda. Dracula perciò diventa Orlok, Harker diventa Hutter mentre la giovane moglie non è Mina, ma Ellen. Alcuni protagonisti del romanzo non sono funzionali al film e quindi non compaiono: tra tutti, il dottor Van Helsing. Altri elementi differenziano il film dal romanzo: nel primo, la presenza del vampiro si manifesta con la diffusione della pestilenza, cosa che non compare nel romanzo. Questo però ha una trama più complessa, con la fuga del conte in Transilvania e il suo inseguimento da parte dei protagonisti. Mina è contaminata dal vampiro ma non muore, e l'uccisione del mostro avviene nella sua terra d'origine. Nessuna di queste vicende compare nel film.
Anche i luoghi sono diversi: il romanzo di Stoker è ambientato per la maggio parte del tempo a Londra, mentre il film si svolge in una città d'invenzione, in Germania.
Malgrado le differenze però, le somiglianze con il fortunatissimo romanzo gotico erano ancora troppe e permettevano di riconoscere la fonte. Uguale resta infatti la prima parte, con il trasferimento del protagonista in Transilvania per motivi di affari e la compravendita della casa, il soggiorno al castello di Nosferatu, la partenza del conte dentro le bare ripiene di terra e l'inquietante viaggio della nave dei morti. Persino il dettaglio del capitano legato al timone coincide.
La causa per i diritti d'autore
Malgrado i tentativi di mascherare la derivazione dal romanzo di Stoker, le somiglianze di questo con il film di Murnau non potevano sfuggire. Malgrado il film fosse una libera interpretazione, le leggi sui diritti d'autore non erano ancora ben definite; questo diede agio a Florence Malcombe, vedova Stoker, di denunciare Murnau, la Prana-Film ed Henrik Galeen di plagio e violazione del copyright, per aver realizzato l'adattamento cinematografico senza aver prima acquistato i diritti. La causa fu vinta dalla vedova che nel 1925 ottenne di far distruggere tutte le copie del film. Questo, unito a problemi finanziari già in essere, mise in crisi la Prana-Film che si vide costretta a dichiarare bancarotta. Dal momento che la pellicola era già stata distribuita, dopo la sentenza ebbe inizio la caccia con relativa requisizione dei vari esemplari sparsi in vari paesi. Non tutti furono trovati e questa circostanza ha permesso di salvare un caposaldo della cinematografia non solo espressionista, ma di tutti i tempi.
Murnau e la cinematografia successiva
Una copia del film si salvò ad esempio nella Film Society di Londra, che era riuscita a farsela inviare dagli Stati Uniti dove le leggi britanniche sui diritti d'autore non valevano. La bobina si trovava nell'archivio dell'associazione, che in un paio di occasioni cercò di proiettarla ai propri affiliati. L'agguerrita vedova Stoker però, che nel frattempo si era associata, ottenne di farla distruggere. Anche perché il suo intento era trattare la vendita dei diritti per la trasposizione autorizzata del romanzo. Ne uscirono due versioni teatrali e una cinematografica. Una prima versione teatrale del 1924, fu autorizzata dalla vedova in cambio di parte degli incassi; i proventi le furono utili per poter sostenere la causa che aveva in corso contro Murnau. Una seconda versione teatrale fu approntata per Broadway nel 1927. Quella cinematografica uscì con la Universal Pictures nel 1931 con la regia di Tod Browning. La versione teatrale del 1927 e quella cinematografica furono interpretate dall'attore ungherese Bela Lugosi nei panni del micidiale conte vampiro (ruolo che ricoprirà in numerose occasioni). Malgrado il maldestro tentativo di distruggere anche la memoria del film di Murnau, questo fu utilizzato dagli sceneggiatori della Universal Pictures come fonte di ispirazione per alcune sequenze, come quella in cui Renfield si ferisce accidentalmente un dito e la vista del sangue scatena l'istinto del vampiro.
Che la pellicola tedesca non sia mai stata completamente distrutta in tutte le sue copie, risalta anche da altri fatti. Ad esempio, nel 1930 uscì a Vienna una versione sonorizzata del film di Murnau, con il titolo Die zwölfe Stunde – Eine Nacht des Grauens (La dodicesime ora – Una notte di orrori). La versione, non autorizzata, venne realizzata senza che Murnau ne fosse a conoscenza. Conteneva scene tratte dal suo film e sequenze già tagliate dalla pellicola originale, insieme ad altre girate ad hoc. Anche la colonna sonora era stata rivista, mentre tutti i nomi erano stati cambiati.
Nosferatu. Principe della notte: il remake del 1979
Un caso particolare è il remake del 1979 per la Werner Herzog Filmproduktion, con la partecipazione di Klaus Kinski nei panni di Dracula e di Isabelle Adjani nel ruolo di Lucy. Werner Herzog, che ne fu il regista, sceneggiatore e produttore, nutriva una particolare venerazione per il film di Murnau e scelse di farne una versione molto vicina all'originale, con la quale condivide la trama e l'epoca, ma anche indipendente dal modello, almeno per alcuni aspetti.
Dal momento che i diritti d'autore del romanzo di Stoker erano nel frattempo scaduti, il regista tedesco poté permettersi di ripristinare i nomi originali del Dracula letterario, solo scambiando i nomi di Mina e Lucy. Altre differenze sono nel nome della città (che da Wisborg diventa Wismar), la ricomparsa del dottor Van Helsing, pure con un ruolo differente e molto meno importante che nel romanzo. Inizialmente infatti, quando Lucy lo interpella che chiedergli un aiuto nello sconfiggere il mostro, il medico scienziato non vuole credere all'esistenza dei vampiri; solo quando vede la giovane dissanguata distesa sul letto, e ai piedi del letto, il conte tramortito dalla luce del sole, decide di finirlo, trafiggendo il suo cuore con un paletto e decapitandolo.
Queste non sono le uniche differenze rispetto al film di Murnau: dallo sviluppo della trama, infatti, qui risulta meno chiaro il rapporto tra la presenza del vampiro e le morti di peste, inoltre sono presenti alcune sequenze che nella pellicola del 1922 non compaiono. In particolare, alcune scene dei banchetti e delle danze che i contagiati fanno nella piazza di Wismar, tra i quali Lucy passa per potersi recare nella casa di Dracula; la scena ricorda le descrizioni della peste tratte dall'Introduzione del Decameron di Boccaccio. Così come il corteo del funerale collettivo che ricorda invece l'atmosfera della cinematografia surrealista. Venuto a mancare il contesto in cui era nata la pellicola espressionista del 1922, questa più recente deve ricorrere ad altre fonti di ispirazione formale: oltre a Boccaccio e al Surrealismo, alcuni fotogrammi ricordano la pittura romantica ottocentesca, in particolare i paesaggi sublimi di Friederich.
Nel remake, la figura del vampiro appare più umana: un dialogo con Lucy rivela il sentimento di profonda solitudine del conte che avverte il peso del suo non morire. La vera maledizione, dice amaramente, non è la morte, ma la mancanza di amore. In questo dialogo quasi supplica Lucy di accettarlo, ma viene da lei rifiutato. Questo risvolto umano del mostro è molto meno marcato, nel Nosferatu di Murnau.
Altre differenze nella trama sono da un lato la maledizione che grava su Harker dopo il morso di Dracula, che nel remake è molto più evidente. L'uomo infatti attraversa una sequenza degenerante di comportamenti sconclusionati, perdita della memoria e infine, una totale apatia. Dall'altro lato, la maledizione non cessa di esistere con la morte del conte, per cui Harker diventa a tutti gli effetti il nuovo Nosferatu, capace di continuare il lavoro interrotto dal maestro. E in questa veste, nella scena finale, esce di casa e vaga senza una meta apparente, o forse diretto di nuovo al castello transilvano.
La produzione più recente
Né Nosferatu di Murnau o il suo rifacimento di Herzog, né Dracula di Browning sono in effetti del tutto fedeli al romanzo di Stoker. Non il primo, adattamento pirata e non autorizzato, ma neanche il secondo, che pure scaturì da una vendita dei diritti in piena regola. Bisognerà arrivare al 1992 e al Dracula di Bram Stoker (regia di Francis Ford Coppola) per avere una trasposizione fedele del romanzo. Che tuttavia non manca di farsi influenzare dalla produzione precedente.
Infatti, mentre il Dracula di Stoker e ancor più quello di Murnau, è un mostro disumano, a metà tra il meccanico e il bestiale (nel film questo aspetto è evidenziato anche dalle movenze a scatti dell'interprete) il Dracula di Browning è un dandy affascinante e impeccabile, per quanto inquietante. Anche la scelta di Bela Lugosi, ungherese di nascita e naturalizzato americano, evidenzia una scelta precisa. Lugosi aveva un aspetto aristocratico ed era dotato di una bellezza eterea e maledetta, sottolineata da uno sguardo intenso e quasi ipnotico. Forse non fu un caso se si specializzò in ruoli di personaggi dannati di film gotici e horror. Questa idea del vampiro bello e tenebroso, capace di attrarre e respingere al contempo, ritorna nel Dracula di Coppola, che seduce Mina con un corteggiamento che coniuga un'aura di mistero a una sofferente umanità.
Nato da una leggenda, studiato da storici e antropologi culturali, recuperato dalla letteratura, dal teatro e infine dalla cinematografia in varie accezioni e sfumature, il vampiro vive al di là della cultura che lo ha creato, attraversando il tempo e lo spazio, cavalcando le onde dei secoli e degli oceani, per adattarsi ai diversi climi culturali che incontra.
In questa metamorfosi, in questo viaggio avanti e indietro, molte opere sono state scritte e rappresentate. Di certo però, un nodo centrale della produzione di tema vampiresco è il Nosferatu di Murnau, che nel 2022 compie cento anni, ma sa ancora convincere.
- Voto: 8/10

