Wendigo

  • Titolo: Wendigo
  • Editore: Adiaphora
  • Autore: Algernon Blackwood

Wendigo.

Una parola, due tipi di lettori.

Bisogna prima di tutto dire che questo romanzo breve dello scrittore inglese Algernon Blackwood (1869-1951) narra in maniera semplice una leggenda del Nord America che appassionerà soprattutto chi ha già affinità coi viaggi e con il trekking (lunghe camminate in zone boschive, sentieri più o meno impervi). Chi ama queste attività ci si potrà rispecchiare appieno, anche se il gusto sarà un po’ retrò.

Per tutti gli altri potrebbe invece risultare banale, anche un po’ noioso, nonostante lo stile di scrittura sia ben sostenuto e per niente pomposo come molti contemporanei di Blackwood (vedi Lovecraft, che ammirava Algernon anche se non ricambiato e lo ha citato nel suo saggio sull’orrore soprannaturale in letteratura).

Con questo non voglio comunque dire che sconsiglio la lettura, anzi! Sotto tutti i punti di vista un libro da avere, ma andiamo con ordine.

La storia si muove sui binari del romanzo d’avventura, con una compagine di soli uomini a caccia di alci nelle foreste canadesi - zona dove l’autore visse realmente e da cui seppe trarre sempre aspetti concreti con una capacità di fare respirare l’aria del primo Novecento entro poche semplici frasi.

Un espediente che funziona bene - ed è ben mantenuto anche dalla traduzione (appoggiata costantemente dal testo originale a fronte) - è la misurata trasposizione del gergo usato dai cacciatori per meglio rappresentare la vicenda e fare calare il lettore nel contesto. A distanza di decenni infatti, una situazione come quella del cacciatore solitario in un bosco gelido in cerca di pelli non è certo qualcosa da tutti in questi tempi dove una giacca di renna si ottiene con un click (ma se non la comprate è meglio!), eppure rivive vivida e queste pagine donano una sensazione difficile da descrivere, un che di genuino. Si respira a pieni polmoni.

Passando alle note negative, nonostante sia un racconto ben fatto e di certo non deluderà chi già è ammiratore di questo scrittore londinese e giramondo, Wendigo tratta la tematica del terrore panico di una natura indifferente all’uomo presente già in molti lavori di Blackwood (e tratto comune con H. P. Lovecraft), ma negli altri lo fa meglio.

Se affiancato a I salici (The willows) del 1907 o L’uomo che amava gli alberi (in Italia uscito solo come Alberi, romanzo recensito sempre su queste pagine e dal titolo originale The man whom the trees loved) del 1912, Wendigo risulta meno ispirato.

Per questo affermo che non è uno dei migliori lavori di Blackwood, anche perché lo spunto originale non è suo, ma di una leggenda diffusa tra differenti tribù dei nativi americani nata dal dover affrontare la carenza di cibo durante gli inverni gelati, carenza che portò pare a casi di cannibalismo. Da qui gli indiani del Nord America crearono una figura metà umana e metà animale, descritta da Blackwood come odorante di leone, cacciatore perfetto, velocissima e che prendeva le sue vittime una volta che i loro piedi andavano letteralmente a fuoco dopo ore di fuga.

Insomma, Algernon fa concorrenza a sé stesso e questo non giova a tal racconto, ma come dicevo prima rimane letteratura di alto livello se preso singolarmente.

Piccola nota personale: questo tipo di racconti dovrebbe fare riflettere sulla vita che permea ciò che ci circonda e quindi sul dovuto rispetto che dovremmo portare, perciò queste pagine spesso sono inaspettatamente illuminanti.

Un altro aspetto negativo del romanzo, ma che non è affatto colpa di Blackwood, è il risultare di tutta la storia un po’ ingenua. Ma questo solo per via dell’inflazione di opere horror sul tema che si sono susseguite almeno negli ultimi 30 anni, non però con lo stesso piglio Gotico delle pagine in esame.

La lettura rimane in definitiva consigliata: ancora una volta lo scrittore di Shooter’s Hill (nato casualmente lo stesso giorno in cui scrivo, il 14 marzo 1869, buon compleanno!) riesce piano piano a far salire la tensione e lo stesso lettore alla fine si sentirà braccato.

E ora parliamo un po’ della storia vera e propria: la trama porta 5 uomini, 4 occidentali ed un indiano di nome Punk (lascio a voi tradurre questa parola), in una foresta del Canada a cacciare alci. Il gruppo è composto dallo studente di teologia Simpson e dai due esperti cacciatori e amici tra loro Hank e Défago. Insieme vi è anche lo zio del giovane Simpson, il dottor Cathcart, che di fatto guida la spedizione. Punk cucina per tutti. Il dottor Cathcart rappresenta il punto di vista razionale; il teologo Simpson - giovane e inesperto ma coraggioso - invece gli si contrappone con la forza sì della ragione, ma aperta alla fede (non necessariamente cristiana, quanto vista più come una mente aperta a ogni eventualità). Ci si divide per battere meglio la zona: Cathcart ed Hank rimangono al campo base insieme a Punk mentre Défago e Simpson prendono la canoa e proseguono lungo il fiume sino ad attraccare in una zona vicina a quella andata in fiamme l’anno prima. Gli uomini si accampano, si mangia, si beve e si raccontano storie intorno al fuoco. E da questi discorsi salta fuori il nome che dà titolo al romanzo: Wendigo, un essere ferino che corre rapido nel bosco e ghermisce le anime e i corpi di chi rimane assordato dal silenzio che risiede tra gli alberi secolari, che rimane affascinato dall’oscurità che questi fusti celano col passar delle stagioni. E Défago sparisce. 

Il resto potete scoprirlo da voi anche grazie all’ottima traduzione. Adiaphora - per essere una piccola casa indipendente - ha infatti il pregio di evitare i numerosi (a volte sino al parossismo) refusi di altre produzioni dello stesso livello.

Non che non ci siano, ma su un libro di 178 pagine totali (anche se la metà in inglese originale) trovare il primo errore a pagina 97 e non tanti altri in seguito è un fattore decisamente positivo.

Anche la copertina merita un accenno: pur essendo i protagonisti in caccia di alci, l’immagine mostra un cervo. Però i colori, il sentore al tatto della carta e il disegno rendono bene il contenuto del libro, soffice come la neve e plumbeo come il cielo sopra gli alti alberi delle foreste canadesi. Mistica.

A seguire è presente il frontespizio datato 1917 dell’edizione americana di The lost valley and other stories che comprendeva appunto Wendigo, seguito a sua volta da una prefazione scritta da Matteo Zapparelli Olivetti - il traduttore - che spiega dettagli della vita di Blackwood (da leggere prima del romanzo, mi raccomando!).

Chiude il tutto un estratto proprio di L’orrore soprannaturale in letteratura, saggio di H. P. Lovecraft del 1927 citato all’inizio di questa recensione (non ve ne siete dimenticati vero???).

Insomma, un bel libro e un bell’oggetto, anche se non il miglior racconto uscito dalla penna e dalla mente di questo poliedrico scrittore, ancora poco conosciuto dalle grandi masse e pressoché dimenticato dal cinema. Ma La casa di Sam Raimi gli dovrebbe molto.......(adesso potete leggere la mia recensione di Alberi per capire a cosa mi riferisco).

  • Voto: 8/10