L'uomo che amava gli alberi

  • Titolo: The Man Whom the Trees Loved
  • Editore: Mondadori
  • Autore: Algernon Blackwood

L’uomo che amava gli alberi oppure L’uomo amato dagli alberi (il titolo originale non è poi così importante visto che l’amore dimostrato è reciproco e comunque in Italia uscì col più semplice Alberi) è un romanzo breve di Algernon Blackwood del 1912.

Faccio una premessa che tornerà importante in seguito: questo romanzo dovrebbe essere letto da chiunque sia estimatore di Evil Dead - in italiano e d’ora in poi: La Casa - saga horror ideata da Sam Raimi in cui il Male evocato da un libro giunge proprio dai boschi intorno ad un cottage. Anche se non ci sono prove che il libro e i film siano collegati, le analogie sono infinite, praticamente sembra la stessa storia ma dai ritmi più lenti.

Faccio una premessa che torna importante subito: questo tipo di letteratura fa riflettere su come siamo parte di qualcosa di immenso, collegati gli uni agli altri, così come gli alberi sono uniti in una foresta, una gigantesca marea che sale e scende con lo spirare del vento. Le pagine che descrivono il suo respiro calano il lettore in una nuova consapevolezza da cui si può estrapolare un rispetto che ancora adesso in questi tempi moderni ed “evoluti” non si è completamente sviluppato nell’umanità.

David Bittacy è un esempio da seguire.  

Tra queste pagine si annida quindi in maniera esemplare il sentire dell’autore nei confronti del mondo circostante, ricreato narrando in un crescendo di spavento ma anche di fascino l’amore tra un uomo non più giovane - David Bittacy appunto - e gli alberi della foresta a ridosso del suo cottage. Questa relazione è di fatto un ménage à trois in quanto viene coinvolta anche la moglie Sophia che sino alla fine lotterà contro questo amore che trascina suo marito sempre più fuori di casa, nell’oscurità del bosco.

Sophia rappresenta la fede, in questo caso quella cristiana di chi non fa un passo senza la Bibbia. Sophia ama sinceramente suo marito, ma scoprirà presto che nonostante anni di matrimonio, lei non è a sua volta al primo posto nei pensieri di David.

Ma facciamo un passo indietro: il racconto lascia intuire che David lavorasse in India agli inizi del loro matrimonio e là si lasciasse andare a lunghe passeggiate in mezzo alle foreste, prendendosi cura degli alberi.

Tornati in Inghilterra questa passione si era sopita, ma non del tutto, tanto che la nuova abitazione nelle intenzioni di David avrebbe dovuto essere nel centro di una foresta. L’avversione di Sophia portò ad avere la casa a ridosso di tale bosco, vicina ad un cedro del Libano che come un ultimo baluardo - si intuisce sempre meglio scorrendo le pagine - protegge David dal richiamo della foresta.

Per consolarsi di non abitare proprio all’ombra degli alberi, David acquista dipinti da Arthur Sanderson, un bizzarro pittore che ritrae solo piante facendone emergere la personalità in qualsiasi quadro in quanto convinto che ogni tronco sia dotato di propria vita, sentimenti, pensieri, desideri.

In seguito al suo talento artistico, David decide di invitare a casa propria il pittore: ne nasceranno ulteriori passeggiate nel bosco e una definitiva amicizia sancita dal comune interesse per gli alberi. Tutto però inframezzato dalle parole di Sophia che tenterà sempre di riportare la conversazione sotto la luce accettabile di Dio, negando ad esempio che gli alberi possano avere una propria volontà. La foresta e i suoi rami le appariranno sempre come quella marea che da piccola le avvolgeva lentamente le caviglie e di cui aveva paura. Questa marea si solleva intorno al lettore che solo nel finale potrà veramente giudicare - e solo grazie al proprio bagaglio culturale - se gli alberi sono presenze maligne o benigne a cui lasciarsi andare, come ripete David ai sempre più flebili tentativi della moglie di riportarlo indietro. Lui intanto parlerà nel sonno, guarderà fuori dalla finestra, ascoltando le parole degli alberi che la notte si eccitano e sognano.

Come spesso accade con le parole di Algernon Blackwood, le suggestioni sono innumerevoli, le immagini alla mente incessanti e mai del tutto spaventose quanto fascinose. Tra queste ci sono le piante rampicanti che avvolgono i protagonisti, proprio come i rami e le radici de La Casa, cercando di legare mani, piedi, bocche. La presenza di una Natura viva che vuole portarti dalla sua parte in questo racconto è più che esplicita, ma se nei film di Raimi si trattava di spiriti infernali evocati dal Libro dei morti, per Blackwood pare piuttosto una realtà da sempre al fianco dell’uomo, addirittura precedente ad esso, che non vuole necessariamente la sua distruzione ma un equilibrio nel quale ci sia spazio per tutti e due, una sorta di fusione.

I personaggi di Blackwood camminano lungo una soglia, ma all’improvviso si trovano dall’altra parte. Semplicemente.

In questo caso la soglia era segnata dal cedro del Libano: un forte vento ne spezza i rami, facendo trapelare con maggiore insistenza la forza della foresta.

David, che a quel cedro era sempre stato legato più che agli altri, avverte il ritorno prepotente del suo amore per gli alberi e sia di giorno che di notte esce di casa per passeggiare sotto quei rami, contemplare le loro chiome, annusarne le fragranze. Conosce i sogni degli alberi perché nella notte loro stessi glieli raccontano. Solo là trova la vera felicità. La sensazione però è che tutto ciò sia mal visto solo dalla prospettiva limitata alla sfera religiosa monoteista della moglie, ma che sia una vera forza benefica per il marito. Divertente infatti la dialettica che risponde punto per punto alle invettive cristiane di Sophia.

Un racconto che con semplicità avvicina la sfera materiale a quella naturale. Una perfetta descrizione di come l’uomo possa avanzare verso l’Universo, rappresentato dal cammino di una persona che ama gli alberi. Ma quante persone ancora si chiedono se un insetto sia un essere vivente oppure no?

  •  Voto: 9/10