Suspiria De Profundis

  • Titolo: Suspiria De Profundis
  • Editore: Garzanti
  • Autore: Thomas De Quincey

Quando Thomas De Quincey scrisse Suspiria De Profundis nel 1845 di certo non poteva sapere che sette pagine di questo suo libello avrebbero dato vita a ben tre film del noto regista horror romano Dario Argento.

Suspiria De Profundis è infatti meglio conosciuto (almeno in Italia) con il “diminutivo” di Suspiria proprio per via dell’omonimo film del 1977 di Argento.

Ma all’inizio di tutto ciò ci fu appunto il breve libro di De Quincey - 39 pagine in tutto - che Dario Argento ha sempre spiegato di aver usato per lo spunto iniziale della saga sulle Tre Madri. E che Thomas De Quincey scrisse proprio grazie ad una visita in Italia, a Milano, ispirato dalle storie fosche che aleggiavano intorno alla casa dei conti Imbonati dove fu ospite. Purtroppo la casa in questione non esiste più, ma è stata adeguatamente sostituita da un ben più sinistro edificio: una banca.

Prima di trattare il libro si deve meglio chiarire chi sia stato Thomas De Quincey, ovvero un visionario scrittore inglese che potrebbe essere collocato nella corrente del Decadentismo sia per il periodo in cui visse (nato in un sobborgo di Manchester il 15 agosto 1785, morto a Edimburgo in Scozia l’8 dicembre 1859) sia per i temi trattati come la morte e il sogno e soprattutto la sua forte passione per l’oppio. Il suo testo più importante ha infatti un titolo che non lascia molto all’immaginazione: Confessioni di un oppiomane.

Suspiria De Profundis stesso deve molto a questo Confessioni in quanto, come dice l’autore tra le sue pagine, “l’oppio rende i sogni e i ricordi molto vividi, anche quelli che pensavamo di avere perso per sempre” (non cito testualmente).

Il libro è diviso in 7 capitoli dai seguenti titoli:

  • Sognare
  • Il palinsesto del cervello umano
  • Visione della vita
  • Sospiri di rievocazione
  • Savannah-La-Mar
  • La Figlia del Libano
  • Levana e “le Nostre Signore del Dolore”

Agli appassionati del film si potrebbe dire di andare direttamente all’ultimo in quanto come dice il titolo stesso è l’unico che parli delle Tre Madri per davvero.

Partendo da qui in sole sette pagine De Quincey racconta di come nei suoi sogni quando era ad Oxford avesse spesso visto Levana, antica divinità femminile romana dell’educazione dei figli, e che questa dea spesso si fosse fermata a discorrere (ma pare che l’autore più che altro avesse avvertito come una sensazione e non avesse mai udito vere e proprie frasi) con le famigerate Tre Madri come fossero vecchie amiche.

Levana per gli antichi Romani appariva alle nascite e in suo onore prima il neonato veniva poggiato a terra e poi sollevato verso il cielo come a dimostrare a lui e agli altri che avrebbe comandato su tutto il creato. De Quincey descrive questa come la funzione primaria di Levana e da qui il suo nome in quanto solLEVAva i pargoli con questo atto simbolico.

Essendo Levana connessa con l’educazione dei figli nel senso non tanto di quanto si impari a scuola, ma delle forze interiori e contrastanti che agiscono dentro i bambini, De Quincey traccia il collegamento tra Levana e il Dolore che tormenta chiunque sin da piccolo e quindi il collegamento tra Levana e le tre Signore del Dolore viene da sé. Perché Levana sa apprezzare il Dolore come via migliore per l’insegnamento delle regole della vita, come spinta alla comprensione.

L’autore descrive le Tre Madri dicendo che sono tre come tre sono le Parche (che gestiscono i tempi della vita umana), le Grazie (che abbelliscono la vita umana), le Furie (che portano all’espiazione delle colpe umane) e le Muse (che accordano i loro strumenti alla melodia della sofferenza umana).

Le Nostre Signore del Dolore, De Quincey le conosce bene.

O così almeno dice.

Appartengono ad una misteriosa famiglia, sono sorelle e hanno ognuna la propria strada, ma il loro dominio non ha veri e propri confini. Possono tracciare i loro segni nei cervelli degli uomini e i loro regni sono completamente silenziosi, eccetto che per i lamenti.

De Quincey inizia narrando della più anziana: Mater Lachrymarum (nel testo è scritto proprio così). Ella ha un diadema in capo, occhi dolci e astuti a seconda dei casi, può volare sui venti e possiede le chiavi di ogni porta. Geme e delira continuamente nominando persone scomparse. Come una madre che ha perso il proprio bimbo, è la Signora delle Lacrime. Essendo la primogenita ha ottenuto il dominio più vasto, il mondo intero insomma, e fa visita al ricco come al povero, in successione e nello stesso momento si trova in più luoghi, sempre dove vengono spezzate vite.

Non si comprende appieno il parere di De Quincey nei confronti della religione cristiana, ma punte di ironia compaiono qua e là, come nella ricompensa di Dio alla figlia che aveva sempre accompagnato il padre cieco. In pratica Dio la ripaga facendola morire giovane e lasciando il padre non solo cieco ma anche disperato. Religione o no, secondo De Quincey pare che proprio Dio operi attraverso queste Tre Madri e lo scrittore dà addirittura l’appellativo di Madonna alla maggiore delle tre. Madonne negative a cui è stata tolta la santità, l’altra faccia di Maria, una Osiride per pagani.

A questa matrona si affianca la sorella più timida, Mater Suspiriorum, Nostra Madre dei Sospiri. Non geme, non piange, sospira appena, mai vista, il capo reclinato nella polvere, coperto da un turbante a brandelli. Al contrario della sorella maggiore, Mater Suspiriorum non si ribella mai al cielo, non inveisce e quando brontola lo fa tra sé, non vuole essere notata. La sua umiltà è estrema, non ha più nessuna speranza. Tutto qua.

Lei visita gli esclusi, i poveri, i paria. Gli ultimi della società, ma non gli arreca nessun conforto. Possiede una chiave per aprire le porte, ma raggiunge soprattutto coloro che non hanno più casa.

La terza sorella è la più giovane e pare la più pericolosa, Mater Tenebrarum. Ispira follia e suicidio nonostante i suoi occhi siano nascosti dietro tre veli di crespo. Non ha chiavi e non ne ha bisogno perché distrugge ogni porta coi suoi balzi da tigre.

De Quincey spiega che Mater Lachrymarum lo aveva già fatto suo al tempo di Oxford per donarlo poi alle sue sorelle. Legato per sempre alla tomba e alla morte. Così come Dio stesso avrebbe voluto per lui. Questo è il fulcro di tutta l’opera, come se De Quincey avesse scritto questo libro più per sé che per qualsiasi altro lettore.

L’insieme delle pagine precedenti crea una serie di situazioni non direttamente legate tra loro, veri e propri salti logici che vivono più di suggestioni che di vere e proprie informazioni e fatti. Di certo la lettura non è immediata, bisogna mantenere la concentrazione perché non pochi sono i passaggi noiosi in cui l’autore divaga, ma se lo si legge nel suo insieme, rilascia i semi di una nuova apertura mentale e può rendere più attenti alla propria esistenza, più profondi (come suggerisce il titolo, d’altronde).

Attraverso la narrazione di differenti situazioni atte a spiegare la presenza del dolore e della frustrazione nella vita umana (come l’episodio della badessa che vuole salvare la monaca accusata dal Sant’Uffizio) e numerosi riferimenti all’oppio e alla battaglia dell’autore per smetter di consumarlo, vinta dopo tre ricadute - tre come tre sono le Signore del Dolore, un numero che ritorna spesso e in varie forme - De Quincey drappeggia qua e là la teoria delle stringhe del tempo, ovvero che gli eventi del passato possano tornare alla mente umana anche se paiono del tutto scomparsi perché sono tracciati come linee simultanee nel cervello. E in tutto ciò l’oppio li fa emergere facilmente come se il tempo stesso si dilatasse.

Nel secondo capitolo dedicato al palinsesto del cervello, dopo una divagazione che racconta l’evoluzione della stampa dagli antichi Greci in poi, De Quincey fa emergere tra le righe l’idea che il cervello umano sia come un foglio che per una generazione è leggibile e per un’altra no, ma per quella successiva lo è ancora. Insomma un palinsesto su cui vengono incastonate nozioni di ogni tipo e che a seconda della dovuta concentrazione (e alterazione attraverso sostanze) possono essere riportate alla luce e capite. Una serie di strati che coprono quelli sottostanti, ma che non li fanno mai sparire del tutto, anzi possono essere rivisti nella loro simultaneità tramite particolari esperienze solitamente tracciate col pennino della gioia e del dolore, come ad esempio l’avvicinarsi della morte o il sempre fedele amico dell’autore, l’oppio.

De Quincey afferma che addirittura nel suo caso già da piccolo aveva avuto visione della tragedia della sua esistenza, tragedia che chi è sensibile ai contrasti della vita può vedere prima di giungervi. Ma la maggior parte non sa e non riesce. Per l’autore è proprio quel dolore che si sprigiona dall’insieme di desideri, opinioni, paradossi e situazioni in cui ognuno si trova durante l’arco di questo passaggio sulla Terra che nella nostra mente si crea un substrato di terrore che per contrasto fa brillare maggiormente la bellezza del vivere.

L’insieme di queste situazioni tragiche sono necessarie per sentire pienamente di essere vivi e non avere uno “sguardo vuoto e senza rivelazione intellettuale” (cito testualmente).

Da questa base si dipanano le storie, le città e i personaggi che popolano il libro come le due sorelle, la loro madre e il fidanzato di una delle due, tutti inesorabilmente condotti alla morte per disperazione e tutti descritti come se De Quincey li avesse avuti davanti proprio al momento di vergare le righe che li riguardavano.

Il libro, per quanto breve, non è di facile comprensione e come si diceva precedentemente, vive molto di suggestioni e immagini.

Per amanti del Decadentismo, ma illuminante per chi vuole sbirciare dietro al velo di una vita solo all’apparenza monodimensionale.  

  • Voto: 6/10